Ci sarà sempre qualcosa di cui avremo paura. Da piccola avevo paura del buio, più precisamente di quello che esso celava. Era come se al buio tutto mutasse la propria forma. Le mie bambole preferite appoggiate sul cornicione della mensola che, di giorno mi sorridevano dolcemente, di notte con le sue ombre invece mi inquietavano. Un sorriso gelato, gli occhi spalancati nel buio. Quell'anno buttai tutte le bambole con la scusa di essere troppo grande per dilettarmi ancora con certi giochi infantili, ma a dir la verità avevo solo paura. Paura, perché adesso a vent'anni mi rendo conto che la maggior parte delle mie paure e delle mie ansie scaturiscono dalla fervida immaginazione della quale sono stata messa a disposizione da chissà quale scherzo della natura. Ma soprattutto grazie alla mia, per così dire, infantile incredulità che spesso mi impedisce di vedere l'ovvia impossibilità che una cosa accada. Bensì di valutare le variabili nella quale essa possa materializzarsi e diventare possibile.  E così, per via di questa vincente accoppiata, che in molti si divertono a chiamare le
mie qualità, quelle bambole terrorizzarono per anni la tranquillità dei miei sogni.  Convincendomi che anch'esse, nonostante fossero oggetti inanimati, disponessero di un'anima che se maltrattata, e intendo precisare di non essere mai stata una bambina tranquilla, avrebbe cercato vendetta. Ed era più forte di me, più cercavo di dimenticare quella storia, più il buio e la solitudine che ti accompagnano prima di andare a dormire mi impedivano di cercare sollievo in qualche altro colorato episodio della mia immaginazione. E così nacque la mia insensata paura del buio, che rinchiusi in uno scatolone saldato con vari strati di scotch, per evitare il cliché cinematografico "La Vendetta delle Bambole 2".  Eppure a vent'anni ho ancora paura del buio. Forse perché certe cose non cambiano mai o forse perché hanno ragione quei grandi saggi che cercano inutilmente di farti ragionare, che tentano di farti sembrare allettante l'idea di affrontare le proprie paure. Adesso forse non sarebbe stato male farmi due chiacchiere con quelle bambole senza cervello. Anni e anni di esperienza ad affrontare quelle del mio ex, che di certo negli anni, hanno contribuito a far crescere la mia autostima. Ma all'ora l'idea di buttare tutto e fuggire mi era sembrata la cosa più semplice. 
Così adesso mi ritrovo su un treno diretto a Roma, dopo aver passato tre piacevoli giorni a Perugia in compagnia della mia amica a filosofeggiare sulla vita come due vecchiette che forse ne hanno bevuta e fumata una di troppo, mentre osservo  il paesaggio sistematicamente ripetersi per tutto il tragitto e mi domando se ho fatto la scelta giusta, anzi sarebbe più opportuno dire le scelte giuste. 
Molto spesso mi ritrovo a pensare, "se potessi tornare indietro cambierei questo e quest'altro" oppure "se potessi tornare indietro farei questo e quest'altro", come d'altronde penso che segretamente un po tutti abbiano sognato di poter rivivere quell'attimo per poter cambiare le cose. Ecco, adesso suppongo che tutti abbiate pensato ad un'istante preciso della vostra vita e non parlo della solita cazzata quotidiana. Ecco, io parlo di quell'attimo della vostra vita, quello che dovete ripescare e che probabilmente risale agli anni dell'adolescenza, quello che ogni tanto quando riaffiora lo annegate nell'imbarazzo che ancora appare lieve sulle guance. Quell'attimo passato che in realtà sembra solo ieri. Ecco chiudete gli occhi, siete voi e il vostro attimo.  Un attimo che probabilmente vi ha cambiato la vita, un attimo dalla quale siete ripartiti più forti più deboli, comunque un attimo d'infinità che ha compiuto il suo percorso portandoci qui dove siamo ora. Seduta a scrivere sul sedile di questo treno che onestamente spero di non dover prendere più, però forse, almeno nella direzione giusta. 
 
(nella foto Domitilla Corsini scrittrice)
 


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