LE QUERELE DI SILVIO BERLUSCONI.IL DIRITTO E IL ROVESCIO ALLA PUTTANESCA DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO.

Roma 6.9.2009 (Corsera.it) di Renato Corsini

La Repubblica e l’Unità. Le querele di Berlusconi chiamano in causa le garanzie costituzionali. A sciogliere il nodo della loro ammissibilità sarà il Consiglio di Stato o la Corte Suprema di Cassazione colmando il vuoto che la Corte Costituzionale non può colmare.

Può il presidente del consiglio dei ministri portare in giudizio davanti al giudice ordinario in sede civile l’art.21 della Costituzione? Può quindi portare in giudizio “ il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”?

(segue all'interno)

Il presidente del consiglio prestando giuramento nella mani del Presidente della Repubblica ( art. 93 Cost.) implicitamente esprime  il dovere di “essere fedele alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le Leggi ( art.54, primo comma, Cost.). Assumendo conseguentemente funzioni pubbliche ha altresì “ il dovere di adempierle con disciplina ed onore” (art.54, comma secondo, Cost.). Detto questo, le azioni giudiziarie in sede civile promosse dal presidente del consiglio  nell’esercizio delle sue funzioni, risultando in carica pro tempore, nei confronti dei quotidiani La Repubblica e l’Unità appaiono inammissibili, perché il presidente del consiglio ha giurato di “ essere fedele alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le Leggi”. Nel caso di specie non ha osservato il dispositivo del primo comma dell’art.21 ed anche del secondo comma se si volesse dare rilevanza di “censura” alle intraprese querele nei confronti della stampa, osservando che “ la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Che cosa può dire o fare il giudice ordinario di primo grado? Porsi il quesito se la materia sia di sua competenza   e ne abbia la giurisdizione e non sciogliendolo dichiarare di ricorrere al parere della Corte di Cassazione. L’istituzione che il presidente del consiglio rappresenta pro tempore configgendo con l’art.21 chiama in causa le garanzie costituzionali. La Corte costituzionale leggendo l’art.134  Cost. se ne terrebbe fuori. Dunque l’arbitro rimane la Corte di Cassazione a cui in definitiva toccherà di decidere ove si accedesse al terzo grado di giudizio. Mi domando, tuttavia, trattandosi di materia di pubblica amministrazione in quanto l’esponente o l’attore è il presidente del consiglio nell’esercizio delle sue pubbliche funzioni, non sia il Consiglio di Stato in sede di consulenza giuridico amministrativa a decidere l’ammissibilità delle azioni giudiziarie nei confronti dei due quotidiani e a indicarne la giurisdizione. La Corte Costituzionale sembra  costretta a rimanere alla finestra. Un vuoto che può colmare il giudice ordinario o amministrativo a difesa dell’art.21.

Renato Corsini.

 

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