FESTIVAL DI VENEZIA IL LEONE D'ORO A LEBANON DELL'EBREO SAMUEL MAOZ.

Venezia 12 Settembre 2009(Corsera.it)

Finalmente vince la cultura,almeno da Venezia dal suo leggendario Festival si risponde in punta di fioretto alla triviale programmazione del gruppo Mediaset e al frenetico spompinamento in tv di Alessia Marcuzzi ad un wurstel bollente.

Crudeltà e poesia contro la banalità della sessualità consumata ad uso degli inserzionisti e dell'audience.

PLaudiamo dunque alla giuria del Festival che ha saputo scegliere una pellicola coraggiosa e intensa,piena di verità,che racconta il futuro ma scende nel passato come una lama invisibile,pronta a raccogliere i sentimenti profondi dell'uomo.

segue all'interno

Guerra in un ambiente claustrofobico, l'interno di un carro armato israeliano che deve scortare la prima incursione di una pattuglia in territorio libanese.

Paure, ossessioni, incertezze rimbalzano fra i membri dell'equipaggio, mentre l'esterno è spiato solo attraverso un mirino che individua vittime innocenti e costanti orrori.

Il blindato avanza senza sapere bene dove andare, tra nemici invisibili ad eccezione di uno che, catturato, ispira più pietà che odio. Mentre gli "alleati" cristiani libanesi sono pronti a tradire.

"Avevo bisogno di prendere le distanze dall'argomento per poter descrivere da regista e non da persona informata dei fatti", ha spiegato a Venezia il regista, dicendo di aver spesso abbandonato in passato questo progetto perché alcuni ricordi erano ancora troppo dolorosi da rievocare. E scrivendo, l'odore della carne bruciata gli tornava alle narici.

Nel film, dice, la sequenza delle scene, l'abbinamento tra immagini iperrealistiche e scorci surreali sono stati frutto di un processo lungo e molto calcolato, per portare il pubblico "ad un viaggio consapevole".

Un formula efficace, visto che lo spettatore ha la sensazione di vivere anche lui all'interno del carro armato tensioni e paure, stordito a tratti dai colpi assordanti che rimbalzano contro la blindatura

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