LODO ALFANO.LEIBNIZ E IL RIFIUTO DEL GIUDIZIO A FAVORE DELLA PARTE AMICA.

Roma 26 settembre 2009(Corsera.it)di Matteo Corsini.Studi e riflessioni per l'Enciclopedia Universale di Scienze Giuridiche e di Storia contemporanea.

Se torniamo indietro nel tempo,scopriamo che il Lodo Alfano ,una regola giuridica,diventa l'estremo tentativo per costruire quel diritto positivo che difende la propria formazione,poichè il giudizio è messo all'asta o acquistato per appartenenza politica.Il Lodo Alfano non si esprime nella trasformazione delle norme giuridiche per la soluzione del caso,ma ne evita le conseguenze,dunque paralizza il giudizio stesso.

La dottrina del Punto dell'amico,a cui arriveremo in questa breve riflessione,ci indica un percorso della storia della cultura giuridica moderna,che forse avevamo dimenticato,seppellita dalla costruzione di un diritto moderno utile e indispensabile alla giustizia.

L'evoluzione storica del concetto di diritto ci trascina dentro i ragionamenti dottrinali di Leibniz e Wolff,pensiero  che condiziona la cultura giuridica  germanica dell'Ottocento,riuscendo a sintetizzare il diritto a sistema di proposizioni innestate all'ampia categoria dei soggetti e predicati giuridici.La sintesi di proposizioni che si realizzano vere a cui applicando le regole di trasformazione insite nella scienza logica,si tradurrebbero in altre....

.....proposizioni giuridiche vere da includersi nel sistema giuridico complssivo.La sintesi raccoglie dunque un sistema organico,fluido,che condensa le esperienze giuridiche riducendole a risultati della logica giuridica medesima.Le norme giuridiche come proposizioni ispirano quella tecnica della codificazione che si svilupperà nei secoli successivi,paralizzando anche il giudizio degli stessi oppositori a quella intuizione nascente.

Gottfried Wilhem Leibniz ,matematico,linguista,giurista,politico,storico e teologo insigne,dunque filosofo,era agitato dall'incubo della certezza del diritto,dalla necessaria risposta matematica al divenire delle cose e alla relazione degli uomini rispetto a se stessi,ma sopratutto al complesso profondo della società umana che in quei tempi tendeva a individuare altre strade dal dominio dell'assolutismo monarchico.L'uomo scendeva in profondità dentro se stesso,volendo conoscere quale tra i suoi comportamenti rispondesse all'esito della sua esigenza di convivere con il prossimo,costruire,razionalizzare,pacificare.

"La conclusione di un ragionamento giuridico può ritenersi dimostrata ,come una conclusione matematica" ,scrive Tarello nella sua maestosa e fertile  opera .

Eppure il pensiero di Leibniz trascende,come abbiamo testè anticipato,poichè dai risultati di quella conclusione matematica,discende il ragionamento di Dio,quindi della logica divina,del suo giudizio sulla verità.Riassume dunque Leibniz nella sua scienza il candore della scelta originaria e primaria,assoluta,che polemizza e si distende da Pufendorf e Thomasius,che avevano invano cercato la strada della divisione tra diritto e teologia.I due sistemi "sacri" per Leibniz si fondono e si individuano come risultato di una logica che assume principi eccezionali,voluti,inequivocabili.

Sebbene dunque il diritto vigente gli appare come una indicazione indiscutibile,che non deve essere dimostrato,Leibniz sopraggiunge a questa definizione poichè ha indagato nelle fondamenta del diritto nella sua realtà naturale.Si domanda dunque Leibniz se "una proposizione indefinita vale come proposizione universale." E ancora si domanda " nel diritto la prova incombe su chi afferma?"

Inoltre si chiede se "sono false due proposizioni contraddittorie,ovvero se vi sia uno stadio intermedio tra l'essere e il non essere."

Il luogo sacro dove giunge Leibniz nella sua speculazione sul diritto è l'avversione per la trascendenza della teologia morale sul meccanismo logico dela giurisprudenza,le soluzioni frutto di espedienti pratici non gli interessano,perchè la soluzione  dell'ingranaggio deve essere dimostrato.Non ci sono teorie dunque ma risultati effettivamente dimostrabili.Quella soluzione scaturisce dal meccanismo delle proposizioni vere, verificabili da altre proposizioni giuridiche vere.

All'epoca le soluzioni giuridiche erano del tutto fuorvianti  e ricordiamo che nei casi dubbi dominava il concetto del "non liquet",vale a dire il giudizio dichiarativo dell'incertezza della legge;oppure si tirava a sorte in taluni casi per risolvere il dubbio;l'arbitrio del giudice;o il punto dell'amico,nei casi dubbi,si preferiva la parte conosciuta.

Il Punto dell'amico è una fattispecie su cui vale la pena soffemarci,poichè descrive una realtà politica e giudiziaria dell'epoca,incredibile ma forse anche oggi adottata in taluni casi,pensiamo al Lodo Alfano.

Le magistrature all'epoca dei fatti che prendiamo in analisi avevano funzioni giudiziarie ma anche amministrative ed erano messe all'asta e acquistate in quanto funzioni politiche,dunque interagivano con il sistema di governo,il potere.Quel potere politico ed economico era interessato a far rispettare le sue regole e dunque se ne serviva come altro e molteplice esercito di occupazione.L'ufficio del magistrato non dispone per fini propri,ma per quelli della lobby politica cui appartiene.Nel giudizio c'è il bellum iustum di una parte da tutelare a discapito del su oppositore.

Leibniz stronca questa concezione del diritto e della pratica giuridica,si oppone con tutte le sue forze ,si illumina poichè per lui ogni giudizio deve essere frutto di un ragionamento logico,imperniato sulle norme del diritto,quel complesso di norme che oggi chiamiamo ordinamento.E non altro.Il giudizio non pende dalla vicinanza politica,astrae dunque il giurista da qualsiasi dipendenza formale o sostanziale,è investito dalla sua propria dignità di giudizio,oltre e superiore a qualsiasi cosa.Espressione, come la chiama Tarello, di una ideologia professionale indispensabile al fine di edificare il tempio della giustizia,logica,matematica,sopra le parti.

Continua

 

 

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