CORRIERE DELLA SERA CRISI.AL VIA LICENZIAMENTI DEI GIORNALISTI.LA SCURE DI FERRUCCIO DE BORTOLI

Roma 2 ottobre 2010(CORSERA.IT)

Un dramma,il quotidiano di Via Solferino che per anni è stato il bastione del giornalismo italiano,muore sotto i colpi della crisi economica,muore sotto gli schiaffi delle aziende mangia pubblicità come Mediaset,muore perchè la sua integrazione con il mondo del web è fallita.

Il nostro Corriere della Sera è in sciopero,i giornalisti hanno la testa sul ceppo,l'azienda è in crisi,perde colpi e non

 riesce ad essere competitiva sul mondo del web.Poche risorse,diffidenza dei giornalisti a lanciarsi nella multimedialità. Crisi che ha provocato la decisa lettera del direttore Ferruccio de Bortoli e la reazione dei giornalisti,allarmati di perdere il lvoro,di vedersi prima o poi per la strada.Eppure sono soltanto loro che possono vincere questa battaglia e dovranno confrontarsi con i giovani delle televisioni,dei facebook e di tutti quanti quelli che scrivono per passione.La sfida del Corriere della Sera cartaceo nei confronti del web è giù perduta in partenza,ormai i giornali sono vecchi ad ogni ora,perchè ogni ora arrivano le notizie e il mondo del web è pronto a trasmetterle in pochi secondi e confezionare un articolo con fotografie e immagine da ogni parte del mondo.E' finita l'era del giornalista che fuma la sigaretta davanti alla sua LETTERA 22,una storia vecchia che si spegne per sempre.Stampare il Corriere della Sera,oggi costa più dei soldi che si incassano e nessuno dei soci oggi pare disposto a sostenere questo salasso per troppo tempo ancora.Se Silvio Berlusconi non acquisterà il Corriere della Sera,per centinaia di giornalisti sarà probabilmente la fine,una fine ingloriosa,una disfatta,che forse Ferruccio De Bortoli vuole evitare(CORSERA.IT)

I giornalisti del Corriere della Sera sono in sciopero. Oggi il direttore Ferruccio De Bortoli ha pubblicato online una lettera in cui spiega la scarsa malleabilità dei giornalisti, che resistono all'innovazione dell'online e anche in stato di crisi non sono disposti a fare sacrifici. Abbiamo sentito un giornalista della testata, che vuole rimanere anonimo, secondo cui il web sarebbe soltanto un pretesto. Perché il piano di De Bortoli è un altro. Non a caso nei corridoi di Via Solferino è stato ribattezzato Marchionne.

Qual è lo stato dei giornalisti al Corriere della Sera? E' vero che i cronisti del cartaceo rifiutano di trasferirsi ad altre testate o di lavorare per il web?

Alcuni giornalisti del cartaceo vengono dal web, altri

sono andati al web dopo un'esperienza al cartaceo. Ci sono, come è ovvio, differenze personali di approccio; ed è vero che esiste ancora una certa resistenza, in alcuni, all'idea che il web abbia "pari status" rispetto all'edizione cartacea. Ma credo che in parte questo sia dovuto ai problemi strutturali dell'edizione web, che è da tempo in sofferenza per mancanza di risorse e personale; trasferirsi all'online può essere visto in questo senso come un peggioramento nella qualità del lavoro.

Quanto alle altre testate, il discorso è un po' diverso: i numeri delle redazioni diIoDonnaSetteStyle sono molto ridotti, semmai in tempi di crisi il passaggio naturale è stato quello di alcuni colleghi dei settimanali verso il quotidiano. Infine, per quanto riguarda le testate locali, come è noto non fanno parte della stessa azienda, perciò gli spostamenti sarebbero in ogni modo improponibili.

Scrivere per il web è ancora considerato di serie B?

Vale il discorso di cui sopra: è una valutazione strettamente personale. Molti di noi già scrivono per il web pezzi che non trovano spazio o interesse sul cartaceo, oppure collaborano con contenuti extra. Ci sono anche state richieste e offerte di collaborazioni più strette, purtroppo spesso "rispedite al mittente" in assenza di un quadro chiaro di riferimento sotto il profilo contrattuale. Credo, nel complesso, che la maggioranza dei colleghi non ritenga il web di serie B. Al contrario, in molti vorrebbero essere messi nelle condizioni ottimali per poter collaborare.

Ricordo però, a titolo di esempio, che solo a partire da questa primavera ci è stato fornito un portatile con collegamento wireless; inoltre, per molti di noi le ore spese nella fattura pratica del giornale - il cosiddetto "lavoro di desk" - rendono improbabile l'aggiunta di un ulteriore carico lavorativo per il web. Insomma: con una migliore organizzazione dei tempi e dei carichi di lavoro, insieme a una (finalmente) adeguata dotazione tecnica, non credo che ci sarebbero pregiudiziali - soprattutto da parte dei colleghi "giovani" - a integrare il lavoro del cartaceo con quello del web.

I giornalisti si oppongono a ridiscutere i privilegi acquisiti nonostante lo stato di crisi?

Ci tengo a sottolineare che i cosiddetti "privilegi acquisiti", nella fattispecie i "patti integrativi" che stando alla lettera del direttore "verranno denunciati" con il suo "assenso" in caso di mancato accordo sindacale, non sono privilegi di una casta, bensì parte dello stipendio che, anche per venire incontro alle esigenze dell'azienda, non entra direttamente in busta paga ma viene corrisposto con facilitazioni quali il leasing per l'auto, lo stage di formazione professionale, etc. Per i più giovani, che qui si vorrebbero tutelare, è spesso una parte ingente dello stipendio stesso. Che è, chiaramente, superiore al minimo sindacale della maggioranza dei quotidiani italiani; ma si tratta sempre di somme lontanissime dagli "stipendi d'oro" che a volte ci si sente rinfacciare dall'esterno.

Quanto alla disponibilità di ridiscutere lo status quo, la mia impressione è che la redazione - forse non all'unanimità, ma in buon numero - sarebbe stata disponibile a farlo. Quello che non è accettabile è l'unilateralità - stile Marchionne, come hanno rimarcato in molti - dell'offerta: quasi un aut-aut, mentre ieri in redazione non erano pochi coloro che si dichiaravano esplicitamente in accordo con i punti di discussione sollevati da de Bortoli.

Ripeto: le richieste sono, in buona parte, legittime. Quello che spaventa e preoccupa è la posizione del direttore, che passa improvvisamente dall'essere cardine del dialogo allo schierarsi sostanzialmente con l'azienda. Uno schema che purtroppo abbiamo visto ripetersi con sempre maggiore frequenza e decisione, su altri fronti, negli ultimi mesi. La crisi, di cui molti dentro le attuali dirigenze sono perlomeno corresponsabili, non può e non deve essere imputata a un'unica controparte sociale. E che si vogliano annullare unilateralmente le prassi sindacali vigenti è un segnale, a mio avviso, estremamente preoccupante, non soltanto per il Corriere o per la stampa, ma per tutta la società.

Quale è la posizione dei giornalisti nei confronti di De Bortoli?

Al momento, mi sentirei solo di usare una parola: sconcerto. E poi, a seconda del carattere di ciascuno, rabbia, delusione, incredulità. Non dimentichiamo l'ondata di entusiasmo e sostegno che lo aveva accolto al suo ritorno in via Solferino. Il clima oggi è decisamente cambiato. Non saprei dire, al momento, come andrà a finire.

L'impressione è che questa lettera sia una mossa di una partita a scacchi molto più complessa dell'apparenza, e che il dibattito sulla multimedialità non sia la chiave giusta di lettura. Potrei sbagliarmi, ma credo che il fulcro della vicenda sia altrove, e che stiamo tutti inseguendo una specie di specchietto per le allodole. Se la multimedialità fosse stato il vero problema, ebbene, avrebbe potuto essere affrontato (e già risolto) "spacchettandone" le componenti man mano che si presentavano; e se ne discute non da ieri, ma da anni ormai. Insomma, il punto è altrove. E che non riguardi, lo ripeto, la sola redazione del Corriere.

Perché la web tv o le app iPad sono state accolte con freddezza dai giornalisti? 

Non mi risulta che sia andata così. Semplicemente, il movimento per l'integrazione delle due redazioni non è partito. E non credo sia stata - l'ho già detto e lo ribadisco - solo "colpa" di una fantomatica opposizione nella redazione. Per lavorare bene, per imparare un nuovo approccio al mestiere, servono strumenti e strategie, tempo e persone dedicate. Le persone ci sarebbero, quel che è mancato allo stato delle cose è il resto.

Vorremmo un tuo commento su questa parte della lettera di De Bortoli: "Non è più accettabile che parte della redazione non lavori per il web o che si pretenda per questo una speciale remunerazione. Non è più accettabile che perduri la norma che prevede il consenso dell'interessato a ogni spostamento, a parità di mansione. Prima vengono le esigenze del giornale poi le pur legittime aspirazioni dei giornalisti. Non è più accettabile che i colleghi delle testate locali non possano scrivere per l'edizione nazionale, mentre lo possono tranquillamente fare professionisti con contratti magari per giornali concorrenti".

Come già detto, molte delle affermazioni fatte dal direttore mi trovano personalmente d'accordo: è il caso del coinvolgimento dei colleghi delle testate locali. Da analizzare con attenzione, invece, i primi due passaggi: la "speciale remunerazione" è di certo sbagliata, altrettanto sbagliato però è chiedere a un giornalista che già magari lavora 9 ore al giorno (a fronte di un contratto nazionale, mai rispettato, che ne prevede 7 e un quarto...) o più di fare "uno sforzo aggiuntivo" per il web - o viceversa, quando si tratta (come avviene già) che i colleghi del web scrivano per il cartaceo - che diventa un modo troppo semplice per supplire alla mancanza di investimenti da parte dell'azienda in risorse, lo ribadisco, ormai indispensabili.

Al Corriere ci sono colleghi che lavorano 12-13 ore al giorno, entrando alle 10 del mattino e uscendo a mezzanotte. Sei giorni su sette. Ci sono, è vero, anche persone che - diciamo - si limitano al minimo indispensabile, come avviene del resto in ogni grande azienda. Compito di una dirigenza sarebbe, credo, di vigilare sull'equa distribuzione del lavoro, non di rinfacciare a chi già fornisce un apporto sostanziale il fatto di volere, ad esempio, trascorrere un'ora o due al giorno con la propria famiglia. Non è questione di denaro, e ricondurre tutto a discorsi di soldi e integrativi è - temo - una strategia piuttosto efficace per mettere la redazione tutta dalla parte del torto.

Quanto al consenso per gli spostamenti a parità di mansione, credo che anche qui occorra un minimo di attenzione: personalmente ritengo che una rotazione sulle redazioni consentirebbe a ciascuno di accumulare esperienza e di ampliare il proprio bagaglio professionale. Ma è altrettanto vero che consentire spostamenti senza garanzie fornirebbe su un piatto d'argento all'azienda e alle direzioni lo strumento per "rimuovere" un redattore politico non gradito al potente di turno, un giornalista economico che ha fatto una pulce di troppo a un industriale pronto a fare la voce grossa, un inviato che ha pestato i piedi al raìs locale... Stiamo attenti a non interpretare come rigidità di categoria quelli che, per quanto forse se ne sia abusato in passato, restano strumenti fondamentali della libertà di stampa in questo Paese.

In conclusione: i giornalisti del Corsera non sono santi, né anime candide. Ma sono sinceramente e credo legittimamente preoccupati per questa mossa, che si configura come parte di una strategia più ampia. Non è una questione di denaro, né di prestigio, né di ottusità professionale. Per mestiere, siamo abituati a leggere tra le righe. Ed è quello che abbiamo cercato di fare anche questa volta. Quello che abbiamo creduto di intravvedere, per quanto nebuloso, non è un buon segnale per la stampa italiana e per il Paese in generale. Il fatto che all'esterno sia spesso passato solo il concetto della "difesa corporativistica di categoria" mi conferma, purtroppo, in questa lettura.

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