CORSERA RIMBORSO ELETTORALE AN LA FONDAZIONE DI DONATO LA MORTE GIANNI ALEMANNO MAURIZIO GASPARRI ALTERO MATTEOLI
CORRIERE DELLA SERA .Nel frattempo il 14 dicembre 2011 tutto il patrimonio di An, costituito dalle tre società immobiliari Nuova Mancini, Italimmobili e Venezia estuario, dagli stabili romani di via Paisiello e via Fratelli Bandiera, più arredi e automezzi vari è finito in una Fondazione. I proprietari? Presidente è l'ex senatore di An Franco Mugnai, e nel comitato esecutivo insieme all'amministratore Donato Lamorte compaiono colonnelli del vecchio partito quali Maurizio Gasparri, Gianni Alemanno, Altero Matteoli e Ignazio La Russa, ora a capo di Fratelli d'Italia. Valore dei beni trasferiti: 61 milioni. Valore di libro, ovviamente. Il che significa che va moltiplicato per svariate volte. Trecento milioni? Quattrocento? Cinquecento? Comunque un'enormità. Blindata.
ROMA - L'aveva scritto, il commissario di Forza Italia Sandro Bondi, che sarebbe stato il disastro. Messo bene in chiaro, nell'ultimo bilancio. Il taglio dei contributi elettorali avrebbe avuto effetti pesantissimi sui conti di quel partito ormai defunto, che già non erano brillantissimi, anche per via dei 55 milioni di debiti bancari in bilancio a fine 2011: con la certezza di vederli crescere ancora, a causa della rinuncia all'ultima tranche dei rimborsi elettorali imposta con la legge del luglio dello scorso anno. Un passaggio che il tesoriere del Popolo della Libertà Rocco Crimi non aveva esitato a definire «traumatico», confessando che quei soldi il suo partito li aveva già spesi, dopo aver ceduto alle banche crediti verso lo Stato per almeno 20 milioni che però non avrebbe più potuto riscuotere. Soprattutto considerando i costi delle campagne elettorali, che nel 2011, anche se ridotti di 11 milioni rispetto al 2010, non erano comunque scesi sotto i 14 milioni e mezzo. E le spese per mantenere 92 sedi: 4 milioni 340 mila euro soltanto per quelle di via dell'Umiltà e di palazzo Grazioli, a Roma, dov'è la residenza privata di Silvio Berlusconi. Nonché 117 coordinatori e 84 dipendenti, dei quali 34 assunti a tempo indeterminato, in un solo colpo, da Forza Italia.

 

Un conto astronomico, che i 32 milioni l'anno di «rimborsi» elettorali coprivano per neppure due terzi. Né la precaria situazione finanziaria impietosiva gli eletti del partito. Tenuti a dare ciascuno un contributo, il 34 per cento dei parlamentari risultava in ritardo con i pagamenti, il 21 per cento non aveva mai, ma proprio mai, messo mano al portafoglio. Totale degli arretrati, compresi i consiglieri regionali: 4 milioni 646 mila euro. Bondi e Crimi non potevano sapere che Silvio Berlusconi avrebbe ben presto affiancato Beppe Grillo nell'invocare l'abolizione del finanziamento pubblico dei partiti. Proprio lui, il capo del movimento politico che fra tutti, dall'inizio del secolo, aveva ingoiato la maggiore quantità di denaro pubblico. Senza riuscire a saziarsi. Così da dover colmare il fabbisogno di Forza Italia con i debiti, garantiti da una fideiussione personale del Cavaliere per ben 174 milioni.

Ma non tutti hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità. Anche perché di denari statali ne arrivavano in tale quantità da non riuscire nemmeno a spenderli tutti. Dal 1974 a oggi il finanziamento pubblico ha fatto piovere nelle casse dei partiti, sotto varie forme, non meno di 10 miliardi di euro attuali. Tanti soldi non potevano che drogare il sistema, da destra a sinistra: provocando casi di pericolosa assuefazione con progressivo e inesorabile distacco dalla realtà. La Margherita, partito estinto quattro anni prima, aveva ancora a fine 2011 sei dipendenti e 19,8 milioni liquidi in banca più 371.743 euro investiti in una gestione patrimoniale Ras. Il tutto, dopo che 22 milioni erano già spariti nella vicenda che ha coinvolto l'ex tesoriere Luigi Lusi. Basterebbero questi numeri a spiegare perché nel 2007, quando è venuto alla luce il Partito democratico, i suoi genitori abbiano scelto il regime della separazione dei beni.

Ma per chi non fosse ancora convinto del peso determinante che hanno avuto i quattrini nel contratto di matrimonio con clausola di divorzio incorporata fra Ds e Margherita, valga la storia della sede centrale del partito, in via delle Fratte a Roma. L'immobile è di proprietà della Fondazione collegio Nazareno, che l'ha affittato per 652.933 euro l'anno alla Margherita, da cui il Pd lo subaffitta pagando però 1.292.339 euro. I soldi, tanto, sono dei contribuenti. Non basta. Il Pd ha pure dovuto versare al partito morto, che l'ha fondato, una cauzione di 207 mila euro oltre a prestare una fideiussione di 414 mila euro con la Banca popolare di Milano. Per la serie: fidarsi è bene, non fidarsi è pure meglio.

I Democratici di sinistra, del resto, hanno ugualmente accettato di buon grado l'idea di non fare cassa comune. Ma gli eredi del Partito comunista possedevano qualcosa in più dei "rimborsi" elettorali: 2.399 immobili, gran parte dei quali sono sedi del Pd ma ci sono pure uffici e locali commerciali, la cui proprietà è stata blindata dal tesoriere del partito Ugo Sposetti in oltre 50 fondazioni costituite dalle federazioni locali. A differenza della Margherita, priva di esposizione bancaria, i Ds avevano poi debiti per 150 milioni, dei quali 101 risalenti alla vecchia gestione del quotidiano l'Unità che il partito aveva deciso di accollarsi. Ma con un paracadute già pronto, rappresentato dalla garanzia dello Stato prontamente introdotta con un'apposita leggina.

Che basti questo a giustificare un contratto di matrimonio con clausola di divorzio incorporata, non si può dire. Viene soprattutto da domandarsi se la storia del Pd sarebbe stata la stessa nel caso in cui fosse andata in porto una comunione dei beni che nessuno voleva. È certo però che lo schema si è ripetuto, identico, a destra. Dove c'era, anche lì, un partito con un bel patrimonio: tenuto accuratamente, fra le polemiche e le carte bollate, ben lontano dagli sposi dell'epoca, Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi. Si tratta degli immobili di Alleanza nazionale, ereditati dal Movimento sociale italiano, frutto il larga misura, al pari delle proprietà dei Ds, di donazioni e lasciti di militanti e simpatizzanti nel corso degli anni. Il famoso appartamento di Montecarlo venduto per 300 mila euro e nel quale si è scoperto che alloggiava il fratello della compagna di Fini, per esempio. Ma anche la prestigiosa sede di Roma, in via della Scrofa.

Il partito è finito in liquidazione pieno zeppo di soldi dei rimborsi elettorali. Nel 2010, pur essendo già deceduto da ben tre anni aveva in cassa disponibilità liquide, tenetevi forte, per 74 milioni 644.996 euro. Somma che un anno dopo si era ridotta a 11 milioni 876.217 euro. Nel frattempo il 14 dicembre 2011 tutto il patrimonio di An, costituito dalle tre società immobiliari Nuova Mancini, Italimmobili e Venezia estuario, dagli stabili romani di via Paisiello e via Fratelli Bandiera, più arredi e automezzi vari è finito in una Fondazione. I proprietari? Presidente è l'ex senatore di An Franco Mugnai, e nel comitato esecutivo insieme all'amministratore Donato Lamorte compaiono colonnelli del vecchio partito quali Maurizio Gasparri, Gianni Alemanno, Altero Matteoli e Ignazio La Russa, ora a capo di Fratelli d'Italia. Valore dei beni trasferiti: 61 milioni. Valore di libro, ovviamente. Il che significa che va moltiplicato per svariate volte. Trecento milioni? Quattrocento? Cinquecento? Comunque un'enormità. Blindata.

Inevitabile che su questa vicenda volassero gli stracci fra le gerarchie presenti e passate del fu Movimento sociale. Ma se c'è qualcosa su cui i nostri politici riescono a litigare con maggiore impegno rispetto alle ben più importanti questioni di linea politica, sono proprio i denari. Dopo la puntata di Report di Milena Gabanelli che ha raccontato il turbinio di proprietà immobiliari intorno ad Antonio Di Pietro, l'Italia dei Valori ha rischiato di andare in pezzi. Risultato è che in parlamento adesso non c'è nemmeno un dipietrista. E di rimborsi elettorali, che comunque dovrebbero cessare del tutto fra quattro anni, neanche l'ombra. Non resta che tirare la cinghia, dopo anni di vacche grasse che hanno lasciato il segno. Alla fine del 2012 l'Italia dei Valori poteva pur sempre contare su un patrimonio netto di 16,6 milioni: 4,4 milioni in banca e 8 milioni investiti in prodotti finanziari fra cui i 7,3 alla Eurizon capital, società di gestione del risparmio del gruppo Intesa San Paolo. Rendono il 3,56 per cento netto.

Di sicuro non come certi investimenti fatti dal precedente tesoriere della Lega Francesco Belsito, che aveva spedito quattrini in Tanzania o a Cipro e acquistava diamanti e lingotti d'oro. Bei tempi, ma irripetibili. Perché adesso è vietato per legge. Ai partiti è concesso investire unicamente in titoli di Stato dei Paesi dell'Unione europea. E i fondi al Carroccio non mancano proprio. Al 31 dicembre 2011 aveva 12,8 milioni in banca e ben 20,3 milioni investiti in titoli, pronti contro termine e certificati di deposito. Per non parlare del patrimonio immobiliare, iscritto a bilancio per 8,3 milioni, e dei sette milioni e mezzo di partecipazioni azionarie. Ma nessuna voce poteva sorprendere più del valore degli automezzi di un partito che contava un anno fa 72 dipendenti: un milione 241.307 euro. Con quei soldi, Beppe Grillo avrebbe finanziato sei campagne elettorali come quella che ha portato il Movimento 5 Stelle oltre il 25 per cento...

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