MATTEO RENZI EN PLEIN ALLE ELEZIONI COMUNALI L'ASSO PIGLIATUTTO DEL REFERENDUM COSTITUZIONALE

di Matteo Corsini.

Elezioni comunali.Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha messo in gioco tutto se stesso per vincere la battaglia del referendum costituzionale,l'assopigliatutto calato sulle elezioni comunali in Italia.Malgrado lo scetticismo le molte critiche che il suo gesto ha suscitato negli avversari politici,pochi hanno capito che i quesiti introdotti con il referendum faranno tabula rasa nel magma incandescente della politica.Matteo Renzi ha diviso in due gli schieramenti politici,da una parte quelli favorevoli ad un cambiamento radicale nella gestione della pubblica amministrazione, dall'altra tutti coloro che inzuppando le mani nella marmellata della cosa pubblica, non hanno alcuna intenzione di apportare alcun cambiamento.Matteo Renzi ha mosso a scacco matto sulla politica italiana,in maniera sorprendente e forse per taluni contraddittoria,perche' astutamente il presidnete del Consiglio non ha mostrato di dare grande peso politico alle elezioni comunali.La forza del suo gesto e' infatti nella imparzialita' soggettiva di Matteo Renzi,perche' la riforma istituzionale non riguarda una sola parte politica ma bensi' il futuro amministrativo dell'Italia.Il referendum diventa dunque la forza centrifuga del Preisdente del Consiglio e le onde che si propagano avranno un effetto benefico su tutti i candidati sindaco del PD.Non c'e' dubbio che la riforma costituzionale ha il pregio di voler abbattere finalmente i costi della politica ridurre la distanza tra cittadini e privilegiati,dunque lo spirito referendario si salda alle aspirazioni del popolo italiano a cui ormai e' invisa la classe politica parassitaria che vive di privilegi lautamente remunerati.

Matteo Renzi muove dunque a scacco matto anche sulle elezioni comunali,mentre i leaders politici continuano a logorarsi nello schiamazzo delle polemiche,il presidente del Consiglio si solleva dalla mischia, diventa garante degli stessi cittadini, al di fuori degli interessi della partitocrazia.Un vero leader appassionato dell'Italia e del futuro degli italiani.Vincera' la sfida elettorale a mani basse per lui sara' en plein e io credo al primo turno.

 

Riforma del senato, fine del bicameralismo perfetto

La riforma si propone di superare il bicameralismo perfetto che caratterizza l’assetto istituzionale italiano. Attualmente tutte le leggi, sia ordinarie sia costituzionali, devono essere approvate da entrambe le camere. Anche la fiducia al governo deve essere concessa sia dai deputati sia dai senatori. Con la riforma, invece, la camera dei deputati diventa l’unico organo eletto dai cittadini a suffragio universale diretto e l’unica assemblea che dovrà approvare le leggi ordinarie e di bilancio e accordare la fiducia al governo.

Il senato diventa un organo rappresentativo delle autonomie regionali (si chiamerà senato delle regioni), composto da cento senatori (invece dei 315 attuali) che non saranno eletti direttamente dai cittadini. Infatti 95 di loro saranno scelti dai consigli regionali che nomineranno con metodo proporzionale 21 sindaci (uno per regione, escluso il Trentino-Alto Adige che ne nominerà due) e 74 consiglieri regionali (minimo due per regione, in proporzione alla popolazione e ai voti ottenuti dai partiti). Questi 95 senatori resteranno in carica per la durata del loro mandato di amministratori locali.

A questi, si aggiungeranno cinque senatori nominati dal presidente della repubblica che rimarranno in carica sette anni. Non saranno più nominati quindi dei senatori a vita, carica che resta valida solo per gli ex presidenti della repubblica. I sei senatori a vita attuali (Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano, Mario Monti, Carlo Rubbia, Renzo Piano ed Elena Cattaneo) restano in carica ma non saranno sostituiti. I senatori non sono più pagati dal senato, ma percepiscono solo lo stipendio da amministratori.

Il senato potrà esprimere pareri sui progetti di legge approvati dalla camera e proporre modifiche entro trenta giorni dall’approvazione della legge, ma la camera potrà anche non accogliere gli emendamenti. I senatori continueranno a partecipare anche all’elezione del presidente della repubblica, dei componenti del consiglio superiore della magistratura e dei giudici della corte costituzionale. Ma la funzione principale del senato sarà quella di esercitare una funzione di raccordo tra lo stato, le regioni e i comuni.

Elezione del presidente della repubblica

All’elezione del presidente della repubblica non parteciperanno più i delegati regionali, ma solo le camere in seduta comune. Sarà necessaria la maggioranza dei due terzi dei componenti fino al quarto scrutinio, poi basteranno i tre quinti. Solo dal settimo scrutinio basterà la maggioranza dei tre quinti dei votanti (attualmente è necessario ottenere i due terzi dei voti dell’assemblea fino al terzo scrutinio; dal quarto scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta dei componenti).

Abolizione del Consiglio nazionale per l’economia e il lavoro

Il Cnel attualmente è composto da 64 consiglieri ed è un organo ausiliario previsto dalla costituzione che ha una funzione consultiva per quanto riguarda le leggi sull’economia e il lavoro. La costituzione conferisce al Cnel anche l’iniziativa legislativa, il consiglio cioè può proporre alle camere delle leggi in materia economica. Il ddl Boschi ne prevede la soppressione.

Titolo V della costituzione e competenze stato/regioni

Con la riforma, una ventina di materie tornano alla competenza esclusiva dello stato. Tra queste: l’ambiente, la gestione di porti e aeroporti, trasporti e navigazione, produzione e distribuzione dell’energia, politiche per l’occupazione, sicurezza sul lavoro, ordinamento delle professioni.

Referendum abrogativo e leggi d’iniziativa popolare

Il quorum che rende valido il risultato di un referendum abrogativo resta sempre del 50 per cento più uno degli aventi diritto al voto, ma se i cittadini che propongono la consultazione sono 800mila, invece che 500mila, il quorum sarà ridotto: basterà che vada a votare il 50 per cento più uno dei votanti alle ultime elezioni politiche, non il 50 per cento più uno degli aventi diritto. Per proporre una legge d’iniziativa popolare non saranno più sufficienti 50mila firme, ma ne serviranno 150mila.

Commenta questo articolo

Tutti i commenti