CorSera Crisi, Matteo Renzi pensa alla scissione, ma Zingaretti aspetta Mattarella

Firenze 12 agosto 2019 CorSera.it

Matteo Renzi è fuori di giri, da quando il suo arcirivale di sempre Matteo Salvini, ha rotto gli indugi, mandando gli italiani al voto. L'ex Sindaco di Firenze non ce la faceva più, era morto di inedia, seppellito dal grigiore di una vita politica anonima, in cui come Quasimodo, era relegato a suonare le campane della giostra in movimento. Adesso gongola eccitatissimo, irrefrenabile, non sta più nei suoi panni, si è rimesso in moto in ogni dove,cerca di riguadagnare il centro della scena, è la sua ora, adesso o mai più. Nella prossima tornata elettorale, Quasimodo di Firenze, al secolo Matteo Renzi, si gioca forse l'ultima grande battaglia politica della sua vita e deve riuscire liberandosi del fardello più grande, quello di un partito, il PD, ormai spompato, giunto al termine della sua esperienza,senza più una vera identità, insomma un carro senza buoi e senza fieno, abbandonato sul ciglio della strada. Matteo Renzi sa bene che Nicola Zingaretti non è il leader che potrà mai riuscire a contrastare Matteo Salvini, peraltro attendista, identitario, insomma un perdigiorno che rischia di far deragliare il treno in corsa della riscossa politica. Matteo Renzi deve giocare il tutto per tutto, ricompattarsi con i suoi e trovare l'esca per far abboccare Sergio Mattarella, per assumere l'incarico di un governo di coalizione, superando con un sol balzo, sia la legge di bilancio che la riduzione dei parlamentari. Riuscirà nella sua impresa? Le  rampogne leghiste faranno abbastanza baccano per tenerlo lontano dal Quirinale, o lo stesso Renzi cercherà la miscellanea più adatta per stringere un accordo con il Movimento Cinque Stelle? (CorSera.it) 

Renzi è tornato. Ignora i veleni degli ex ds, che lo dipingono «seppellito di insulti dai social» per essere finito nelle braccia dell’arcinemico Beppe Grillo. E lancia un’opa sui gruppi parlamentari del Pd, dove dal più alto dirigente all’ultimo dei peones nessuno (o quasi) ha voglia di precipitarsi alle urne. La furia del senatore, che chiederà una riunione della direzione e un voto nei gruppi parlamentari, potrebbe indurre Zingaretti alla resa. Se la prima reazione all’intervista di Renzi al Corriere è stata «no a operazioni di palazzo», nel volgere di poche ore il segretario ha aggiustato il tiro. E, forse anche per paura di ritrovarsi accerchiato, o persino isolato, sarebbe pronto ad aprire più di una fessura a un governo di transizione che, come primo obiettivo, conduca in porto la manovra economica. Al momento le posizioni di Renzi e Zingaretti appaiono inconciliabili, ma ad avvicinarle potrebbe essere una moral suasion del presidente Mattarella. O almeno, questo sperano dirigenti dem del calibro di Graziano Delrio e Dario Franceschini.

Il ponte tra il senatore toscano e il segretario, che ha dalla sua parte Paolo Gentiloni e Andrea Orlando, lo ha lanciato Goffredo Bettini, uno degli uomini più vicini al presidente del Lazio: «O si dà vita ad un governo di lungo respiro, con una maggioranza chiara e un programma condiviso, o è meglio andare a votare, come ha detto Zingaretti». Dove la formula «lungo respiro» è studiata per tranquillizzare anche i parlamentari di Forza Italia, spaccati tra chi è attratto dalle sirene di Salvini e chi vuole restare leale a Berlusconi. E qui l’anello di congiunzione con il mondo renziano è Gianni Letta, che in questi giorni roventi è stato contattato più volte e ai massimi livelli.

La strada è tortuosa e piena di insidie. Il profilo del possibile premier è ancora incerto, ma comincia a delinearsi. Una personalità istituzionale come Enzo Moavero? Un economista alla Giovanni Tria, ascritto dai media al «partito» virtuale del Pil e del Quirinale? Oppure un nome non «contaminato» dal governo gialloverde, come Carlo Cottarelli o Raffaele Cantone? Roberto Fico resta tra i papabili e così, anche se con poche chance, Giuseppe Conte.

Al di là dei nomi, l’operazione «tutti contro Salvini» per scongiurare che il leader leghista faccia il pieno nelle urne, si scelga i presidenti delle Camere e nel 2022, ottenuti i «pieni poteri» che ora invoca, si elegga il capo dello Stato, avrebbe l’appoggio di Pietro Grasso e di «big» del Pd come Franceschini, Veltroni, Prodi ed Enrico Letta. Il quale in questa battaglia, per i paradossi della politica si ritrova dalla parte di colui che nel 2014 lo defenestrò da palazzo Chigi.

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