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SACRO GRA LEONE D'ORO A GIANFRANCO ROSI UN MATRIMONIO TRA SCIENZA E CULTURA
Roma 8 Settembre 2013 Corsera.it Festival di venezia vince il leone d'Oro il Sacro GRA di Gianfranco Rosi l'abbraccio simbolico tra il costruttore Eugenio GRA e il regista Gianfranco Rosi il costruttore dei sogni.E' la grande vittoria del cinema italiano ma anche la vittoria della progettazione italiana dell'ingegneria di eccellenza dei fratelli GRA costruttori romani tra cui si ricorda il formidabile architetto Giulio GRA suo fratello Enrico GRA. A ben ragione si puo' dire che le loro opere sono entrate non soltanto nella storia del cinema ma nella storia della cultura italiana.Ricordiamo che il palazzo a forma di Nave sul Lungotevere delle Navi palcoscenico anche di uno dei tanti capolavori di Nanni Moretti.Il Grande Raccordo Anulare fu ideato e progettato dall'Ing.Eugenio GRA,poco dopo la guerra,un'idea straordinaria che chiudeva la citta' eterna in un anello simbolico che ancora oggi e' l'idea stessa del suo sviluppo nel mondo.Gianfranco Rosi ha saputo cogliere questo tratto che distingue Roma da tutte le altre citta',il matrimonio tra cultura e scienza che dopo 15 anni ha portato l'Italia a vincere il Leone d'Oro del Festival di Venezia.
Con Sacro GRA di Gianfranco Rosi il Leone d’oro torna italiano e sconvolge molti pronostici fatti alla vigilia. E lo fa dentro a un genere come il documentario che spacca tradizioni e cliché. Il massimo premio mancava all’Italia dal 1998 con Così ridevano di Gianni Amelio, quest’anno ancora concorrente al Lido ma rimasto a bocca asciutta. “Forse inizierò ad amare Roma attraverso il Raccordo anulare”, ha scherzato il neo vincitore, italiano d’Asmara con doppia cittadinanza italo-americana, riscoperto a Venezia nelle edizioni a firma Marco Muller che lo aveva voluto ad Orizzonti con i suoi importanti lavori prodotti in assoluta indipendenza fuori dall’Italia, Below sea level e El sicario: “Voglio dedicare il premio ai miei incredibili personaggi che mi hanno lasciato entrare nelle loro vite con generosità immensa: mai mi sarei aspettato un premio così importante per un documentario. Per me era già importante essere in concorso”. “Ringrazio intanto mia moglie che mi ha convinto a rimanere a Roma, visto che me ne volevo andare, e ad accettare il progetto Sacro Gra – ha continuato – Poi ringrazio il direttore del Festival, Alberto Barbera, che ha avuto fiducia in me, e il maestro Bertolucci, ovviamente”. Bernardo Bertolucci che, in camicia rosa forse per dare “indizi” cromatici, aveva programmaticamente annunciato che il suo Leone d’oro avrebbe dovuto sconvolgerlo, lasciando un segno profondo. “Volevo essere sorpreso e il film di Gianfranco Rosi è un film sorprendente. È riuscito seguendo il suo talento come one-man-orchestra a farci affezionare e scoprire dei personaggi. Il tutto con un grandissimo stile. Questo film ha qualcosa di francescano per la sua qualità di purezza. Il Leone d’oro è stato dato con molto entusiasmo, non ricordo se immediatamente alla prima votazione ha avuto l’unanimità ma mi sembra che nessuno abbia detto di no”. Nessuno sa se il documentario di Rosi diventerà un cult, di certo questo autore appassionato che il cinema italiano aveva inspiegabilmente relegato nel dimenticatoio è una figura fuori dal bel mondo, che per 3 anni ha sostato in camper lungo il Gra per rilevarne umanità, emozioni, visioni di mondo. Il film ha convinto i nove giurati che hanno poi attribuito il loro nuovissimo Gran Premio (riconoscimento che fa appaiare Venezia a Cannes con il suo Gran Prix) all’immenso Stray Dogs del maestro taiwanese Tsai Ming Liang, forse il vero Leone d’oro del 2013, anche per aver dichiarato che quello presentato al Lido è il suo ultimo film. Dopo aver presentato un’opera estrema e di potenza inaudita, Tsai ha mostrato grande rispetto per gli spettatori salendo sul palco della sala Grande: “Il mio film era difficile da premiare perché è lentissimo. Ringrazio quindi la giuria che si è fermata a guardare il mio film, e ringrazio il pubblico di Venezia che ha rallentato i propri passi per vedere il mio film”. Insomma, un riconoscimento da maestro-a-maestro, cui hanno fatto seguito due premi a registi più giovani. Parliamo del Leone d’Argento per la migliore regia a Miss Violence del 36enne greco Alexandros Avranas e del premio speciale della giuria a La moglie del poliziotto del tedesco Philip Gröning. Due film accomunati dalla violenza estrema all’interno del focolare domestico, due esempi di cine-denuncia assai diversi tra loro in ogni senso: uno breve e sottraente, l’altro lungo a tratti estenuante ma affascinante e con una curiosa divisione in 60 capitoli da cui si entrava ed usciva ogni volta con rigorose didascalie. “Spero di contribuire con questo premio a fare in modo che il problema della violenza domestica sia reso più visibile”, ha commentato Groening, già autore del documentario Il grande silenzio.