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CORSERA.IT.MATTEO CORSINI:SE PIERO MARRAZZO DEVE DIMETTERSI PERCHE' HA SUBITO UN RICATTO,ANCHE SILVIO BERLUSCONI DEVE CADERE.

Roma 27 Ottbre 2009(Corsera.it)

Piero Marrazzo morte ed emblema del Partito Democratico,se deve dimettersi perchè ha ceduto al ricatto,allora il Governo e Silvio Berlusconi dovrebbero fare lo stesso,perchè al più grande ricatto della storia politica italiana anch'egli si è inginocchiato,quello della Lega Nord e la sua famigerata campagna giornalistica a firma di Max PArisi sul Silvio Berlusconi mafioso,il Silvio definito il LUCKY BERLUSCA.Una storia politica nata dunque sulle fiamme ardenti di una campagna stampa che in quel momento avrebbe impedito al Cavaliere di Arcore di vincere le elezioni e di cui infatti nell'archivio della La Padania non rimane nulla.Se le regole della politica valgono per uno,valgono anche per l'altro,altirmenti questa si chiama dittatura politica,malgrado sia figlia del consenso popolare.

Pubblichiamo un articolo del Il Corriere della Sera a firma di Gian Antonio Stella emblemtico della situazione.

Chissà come sarà contento «Silvio Merluzzoni», venendo oggi a sapere grazie a Luigi Zanda (deciso a fare l' inferno nel Cda della Rai) che arriva a Saxa Rubra l' uomo che ....

Autore di un libro («MalaFede») sul direttore del Tg4, definì il premier «Signore di Orcore»

 

Chissà come sarà contento «Silvio Merluzzoni», venendo oggi a sapere grazie a Luigi Zanda (deciso a fare l' inferno nel Cda della Rai) che arriva a Saxa Rubra l' uomo che gli affibbiò quell' olezzante soprannome. Le sue invettive contro l' «uso criminoso» della tivù dei Biagi e dei Santoro, evidentemente, hanno dato frutti eccentrici. Così come la solenne promessa di Umberto Bossi che la Lega «mai e poi mai» avrebbe lottizzato. E come la marmorea sentenza di Antonio Marano, il direttore padano di Raidue: «L' obiettività è un valore chiave della buona informazione». L' obiettività e, ovvio, «l' equilibrio». Ecco dunque che la tivù pubblica accoglie Max Parisi, il fondatore di Telepadania che si guadagnò uno spicchio di fama con inchieste di cui vale la pena di ricordare almeno uno dei titoli indimenticabili: «Le gesta di Lucky Berlusca». Ma il Cavaliere, che la sobria «penna» leghista ha via via chiamato anche «Apprendista dittatorello», «Venerabile Pataccaro» o «Signore di Orcore», non sarà il solo a doversi felicitare per la scelta. Col suo giornalismo dai toni sussurrati, dal passo lieve, dalle parole misurate, l' uomo che Marano ha voluto come spalla perché possa dare ai facinorosi come Sandro Ruotolo lezioni di giornalismo britannico, ha infatti, come dire?, «punzecchiato» anche altri protagonisti della Rai. Chiamava Clemente Mimum, il direttore del Tg1, «Clemente Zittum». Soprannominava Pippo Baudo «Pippolaido». Giocava amabile sul cognome dell' attuale direttore della Prima Rete Fabrizio Del Noce ribattezzandolo «Fabrizio Del Mandorlo, neo marchettaro d' alto bordo dall' occhio di triglia con finta ciglia, cerone a scaglia, e pisello di quaglia». Vacca boia!, direte voi (la schietta esclamazione bauscia è stata invocata mesi fa dal Senatur con un sospiro: «Ah, da quanto non la sentiamo in televisione...») sarebbe questo il giornalismo equilibrato? Yes. Parola di Marano che su questo punto, intervista dopo intervista, non transige: «Basta con la faziosità. Santoro faceva buoni ascolti? Bisogna vedere a quale prezzo. Il dire "stasera vi facciamo vedere i botti: guardateci", funziona. Tutto sta nell' intendersi sul servizio pubblico. Per me servizio pubblico è equilibrio». Per questo ha voluto per «programmi culturali e informativi» (pare soprattutto per l' «Isola del Tesoro» che sostituirà «Sciuscià») l' amico Max. Allora sciò, via, sparire, raus! Basta con le assatanate omelie del vecchio Enzo, con la ferocia schierata di don Michele, con gli affilati sarcasmi di Daniele Luttazzi. E avanti con un modo di fare informazione più sorridente, conciliante, sereno. Quale quello infuso da Parisi nel libro MalaFede dedicato a Emilio Fede, del quale il nostro era stato un non apprezzato collaboratore al TG4, e pubblicato qualche anno fa dalle Edizioni Kaos. Ogni qualità del buon giornalismo è lì sottolineata. Il garbo, come quello espresso trattando Gianni De Michelis: «De Michettis, per l' Emiglio era il deliquio. Guai, per quel vescicone socialista con la chioma bisunta...». La pietas per le anime in disgrazia, come Bettino Craxi: «l' Emiglio accompagnò il Grande garofanaro (quello col mascellone, massì l' amante della Slandramilo - non lo nomino per ribrezzo) a fare il giro delle case da gioco di tutta Milano». La lealtà riconoscente per la Fininvest nella quale lavorava: «Nella pancia del Serpentone dove fermenta la grande scorreggia quotidiana dell' imbroglio informativo via etere tramite tiggì...». La stima nei confronti del direttore: «Da quando il Venerabile Merluzzoni ha vinto le elezioni, la mafia per il tg4 non esiste più». La pacatezza dell' analisi politica: «La patacca "Forzitaglia" non è nata all' improvviso; la setta politico-mediatica del golpe telematico del marzo ' 94 non è stata inventata sui due piedi, in un momento. Alla Fantinvest, si sa, balle e menzogne sono la materia prima Aziendale». Né tanta coerenza stilistica sarebbe stata smentita negli incarichi successivi, primo fra tutti quello di capo ufficio stampa della Lega Lombarda e di giornalista alla Padania. Basti ricordare il suo garantismo (sempre stato legalitario: la sua prima trasmissione su Radio One o one network era sbandierata come «una gogna» in diretta per «i corrotti della Iª Repubblica») su Marcello Dell' Utri: «Pagò i mafiosi». Le intuizioni su Gerhard Schröder: «Se vince lui, addio Euro». Il senso civico: «E' uno Stato di mafia, sordo e colluso». La severità morale verso Previti accostato (così pare) a Salvo Lima: «Cesaruccio Brevituccio? Quello che ha preso il posto di Salvuccio?». Le furenti campagne contro Berlusconi che coi suoi «silenzi» donava «il crisma della verità a chi "ricorda" i suoi incontri milanesi con Stefano Bontate, a chi "rammenta" i suoi contatti finanziari con Francis Turatello, a chi "spiega" la presenza di Mangano a villa San Martino con ben diverse ragioni dalla cura delle stalle, a chi "parla" di vorticosi giri di capitali di eroina nella Banca Rasini». Per non parlare dei rispettosi appunti mossi al Papa, diviso tra un «oscurantismo teologico» e un «modernismo in materia di affari» degno di «un pontefice che occhieggia nella classifica dei "Paperoni" della Borsa italiana» al 51° posto davanti al «palazzinaro di malaffare Salvatore Ligresti». Insomma: un papato di «catastrofe morale e spirituale» il cui destino, «alla luce di queste nefandezze» è «intriso di sciagura». Imparino, Biagi e Santoro... Imparino... Gian Antonio Stella

Stella Gian Antonio


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