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MALI. TERRORISMO A CASA DI SILVIO BERLUSCONI.CICALA CHIEDE AIUTO ANCHE PER LA MOGLIE.

Roma 28 Febbraio 2010 (Corsera.it)

Se lo conosco bene Silvio Berlusconi andrebbe di persona a liberare gli ostaggi italiani,Sergio Cicale e la moglie Philomene Kaborè.Lo farebbe per rispetto di se stesso,per dignità,per onorare l'Italia in questa brutta faccenda.E' una scelta difficile quella del Premier italiano Silvio Berlusconi,ma come tutti noi sappiamo negoziare con i terroristi significa inevitabilmente alimentare il terrorismo.Ma se Silivo Berlusconi non riuscirà a trovare la soluzione e gli ostaggi venissero uccisi,sarebbe carne da graticola per l'opposizione che non vede l'ora di lordare le mani di sangue all'odiato nemico.

Qualsiasi sia la difficile soluzione,noi questa volta siamo con il Premier Silvio Berlusconi.

Dal Corriere della Sera.Sergio Cicala, 65 anni, ha lanciato un appello audio diretto al presidente del consiglio Silvio Berlusconi, affinché accolga le richieste dei rapitori, i combattenti di Al Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqim), per permettere la liberazione sua e della moglie, Philomene Kaborè, originaria del Burkina Faso, 39 anni, catturati nel deserto mauritano, ai confini con il Mali, il 17 dicembre corso. Il messaggio, intitolato «Appello dell’ostaggio italiano al governo di Berlusconi», è stato diffuso da un sito islamico che l’ha messo in rete il 24 febbraio ma se n’è avuta notizia solo oggi, grazie al centro americano SITE che si occupa di sorvegliare internet, a ridosso dell’ultimatum dei ribelli fondamentalisti, che scade il 1° marzo.

Per domani, cioè, i rapitori chiedono che vengano accettate le loro condizioni, altrimenti i due italiani saranno uccisi. «La mia libertà e quella di mia moglie – dice Sergio Cicala nel messaggio accompagnato da una sua foto che lo ritrae in ginocchio circondato da sei miliziani armati – dipendono dalle concessioni che il governo italiano è disposto a fare. Spero che il governo italiano si interessi al più presto della nostra situazione che riguarda da vicino le nostre vite. Aspettiamo con fiducia che tutto si risolva nel modo migliore possibile e cioè con la liberazione mia e di mia moglie». Poi la richiesta personale diretta a Berlusconi. «Il presidente del Consiglio è noto per la sua grande generosità. Spero che ci potrà aiutare».

Nel messaggio la voce di Cicala non tradisce nessuna emozione e sembra che l’ostaggio legga un testo preparato in precedenza. Il gruppo Al Qaeda nel Maghreb Islamico ai primi di febbraio durante un incontro con emissari del governo italiano aveva posto le sue condizioni per il rilascio degli italiani: la liberazione di quattro islamisti detenuti in Mali – che per altro sono stati rilasciati tra le proteste del governo algerino che ne rivendicava l’estradizione – ma anche la liberazione di alcuni loro compagni ospiti delle galere della Mauritania. Questa seconda condizione – essenziale per il rilascio di Cicala e della moglie - è la più difficile da realizzare. Il governo Mauritano è assai rigido su questo e teme che la mano morbida chiesta dal governo italiano possa tradursi in un rafforzamento dell’opposizione islamica e della guerriglia che opera nel nord est del Paese.

Nella querelle sono intervenute anche le autorità di Algeri (molti dei combattenti e dei leader di Aqmi vendono dall’Algeria) che chiedono il pugno duro: «Con i terroristi non si tratta». Per altro il 23 febbraio (subito dopo la liberazione dei quattro detenuti in Mali) è stato rilasciato l’ostaggio francese Pierre Camatte, per tre mesi prigioniero di Al Qaeda nel Maghreb, assieme ai due italiani e a quattro spagnoli. Quando il giorno successivo ha incontrato a Bamako, capitale del Mali il presidente francese Nicolas Sarkozy, Camatte ha raccontato di essere stato prigioniero di «pazzi fanatici pericolosi». «Sono convinti di essere in possesso della verità che è la verità suprema. Leggono tutto il tempo il Corano, sostengono che i musulmani in Francia non sono dei veri e buoni musulmani e che il loro obbiettivo è di islamizzare il mondo intero. Reclutano i combattenti soprattutto tra i giovani. I miei carcerieri – ha aggiunto – avevano quasi tutti meno di 20 anni». «La condizione più difficile è stata la solitudine. La mia prigione non aveva sbarre. Solo un tetto, ero isolato, con il caldo terribile del Sahara, con condizioni igieniche inimmaginabili, cibo e acqua disgustosi. Mi hanno picchiato quando tentavo di resistere».


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