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THAILANDIA.BANGKOK STRADE INSANGUINATE.VICINI ALLA GUERRA CIVILE.

Bangkok 16 Maggio 2010 (Corsera.it)di Sean Peak.

Erano molti anni che non sentivo l'odore acre della pelle bruciata spargersi lungo le strade e i colpi di mitraglia che fischiano sopra le nostre teste,qui a Via Ratchaprasong.Oggi è un giorno di guerriglia urbana,di scontri tra i militanti rossi e le forze governative.Ogni tregua,ogni negoziazione è miseramente fallita.Ormai è scontro ovunque,strada per strada,vicolo per vicolo.Nel cuore vivo di Bangkok si sono radunati circa 15mila protestanti disposti a tutto.Un alveare intorno al quale si chiude la macchina minacciosa dell'esercito.Sala Deng ,la linea di confine tra il distretto finanziario e quello commerciale è preso d'assalto dalle forze contrapposte e i copertoni delle automobili bruciano da qualche ora.Alcuni militanti si difendono brandendo i bambù contro i soldati.Questo è un altro giorno senza futuro,altri attimi fuggenti che non conducono da nessuna parte.L'animo dei manifestanti è cupo,anche se pieno di forza,ma il futuro è grigio,senza vie d'uscita.La tenaglia dell'esercito metro dopo metro avanza,stringendo i rossi come topi braccati dal fuoco.Ci sono poche speranze di sopravvivere,poche speranze che il mondo sappia davvero quello che sta accadendo e i motivi per i quali questa gente ha voluto contrastare il Governo thailandese.Ma non ci sono risposte,mentre le pallottole sibilano,la paura taglia le gambe,il cuore è in gola,lo sguardo del tuo compagno che spaventato cerca la via di scampo,il modo di andare avanti.

continua

Ovunque le ambulanze spuntate come d'incanto dai parcheggi dell'auto parco di Lumpini corrono a raccogliere uomini e donne colpiti da proiettili e schegge di granata. Gli autisti sono costretti a implorare entrambi di interrompere gli spari e il lancio di oggetti, per lasciargli portare a termine il loro lavoro. Per cercare di convincere i più indecisi a lasciare l'area delle proteste, i militari usano gli altoparlanti sulle camionette: "Siamo l'esercito del popolo, non vogliamo ferire la popolazione. Fidatevi di noi e collaborate. Stiamo solo compiendo il nostro dovere". Ma nel cuore delle camicie rosse d'ogni età e provenienza l'appello suscita l'effetto opposto. "Siete degli assassini come il primo ministro Abhisit".

 Per mesi si è detto che questi militanti autoproclamatisi prai, uomini comuni, erano stati pagati dal loro idolo, l'ex premier esule Thaksin Shinawatra, ansioso di tornare al potere. Ma la loro ostinazione a non cedere finché il governo non sarà sciolto e le nuove elezioni annunciate è ormai senza prezzo, visto che rischiano consapevolmemte la vita ogni giorno.

Tutti i militanti che abbiamo incontrato, come la signora Wasana che siede sul marciapiede sotto a una sopraelevata di Ploenchit, nell'ultimo accampamento abbandonato dai suoi compagni dopo le sparatorie, dicono di essere disposti a morire piuttosto che cedere agli ordini del governo di lasciare la loro cittadella. La donna mostra una fionda, e delle biglie d'acciaio, poi la canna di bambù dalla punta acuminata del suo compagno, completamente vestito di nero con una bandana. "Queste sono le nostre sole armi, ma i soldati sparano e ci ammazzano coi fucili. Noi thai siamo tutti buddisti, però solo noi rossi siamo davvero per la pace, mentre loro ci uccidono. E allora, se ci costringono a difenderci, eccoci".

Sembra ormai una via senza uscita, se non attraverso l'inquietante soluzione che tutti temono, una guerra civile, e poi forse un altro colpo di stato, il diciannovesimo della storia thailandese. Ma dal fronte istituzionale continuano a giungere voci rassicuranti. "La situazione è completamente sotto il nostro controllo", dice dagli schermi tv un portavoce del premier Abhisit Vejjajiva, "presto riporteremo l'ordine e le strade di Bangkok torneranno alla normalità".

Molti, però, si aspettano nuovi scontri nella notte, ma la possibilità che la guerriglia finisca davvero presto come ha sostenuto il portavoce governativo sembra ancora remota. Anche dalle barricate dei rossi si sparano granate e bombe rudimentali lanciate da tubi d'acciaio appoggiati sui sacchi di sabbia, e ad ogni colpo i militanti esultano, prima di rintanarsi dietro ai sacchi quando piovono i colpi dei soldati.
Di certo a vederli muoversi, dare e ricevere ordini con i walkie talkie, qualcuno deve aver sostituito lo stratega dell'ala militare del movimento, il generale ribelle Khattyia, detto Seh Daeng, colpito da un cecchino alla testa durante il primo giorno dell'accerchiamento. "Potrebbe morire da un momento all'altro", spiega il chirurgo che ha tentato di estrarre le schegge del proiettile. Seh Daeng aveva osato sfidare non solo il governo, ma i suoi stessi ex alleati a capo dell'UDD, il movimento contro la dittatura ispirato a Thaksin. Li accusava di essere troppo morbidi, di voler far tornare a casa i manifestanti dopo essersi venduti al governo in cambio di soldi e magari promesse. Diceva di essere rimasto l'unico comandante dell'esercito dei prai che si opponeva all'"Èlite", comprendendo con questo termine l'aristocrazia, forse gli stessi Regnanti.

Il sentimento di fedeltà alla famiglia reale e in particolare al riverito Re ultraottantenne Bhumibol, è tale che il Reato di Lesa Maestà è punito severamente per legge, e non sono pochi i casi di uccisioni legate a un'offesa arrecata a un esponente dell'antica dinastia Chakri che regna l'ex Siam da tre secoli e mezzo.
Per ora l'unica cosa certa è che l'uomo che ha sparato a Seh Daeng è svanito nel nulla e non è stata aperta nemmeno un'indagine. Esercito e governo hanno negato che fosse un soldato regolare, e diverse fonti parlano di un ex militare, già seguace del precedente movimento delle Camicie gialle filo-realiste che aveva provocato con manifestazioni oceaniche la caduta di tre governi Thaksin. Qualunque sia la verità, il centro di Bangkok è da due giorni un campo di battaglia dove le vittime potrebbero aumentare a dismisura, se le camicie rosse continueranno a non volersene andare, come sembra.

Il centro commerciale di Ratchaprasong, tra i grattacieli ormai vuoti, è destinato a diventare l'ultimo baluardo rosso nel cuore di Bangkok. Qui si sono annidati gli ultimi irriducibili. Ieri, prima di uscire da uno dei varchi dell'accampamento, abbiamo sentito provenire dagli altoparlanti disseminati ovunque una musica straziante con le parole di una canzone contadina. Tutti ascoltavano in un silenzio quasi religioso. Per qualche istante sembravano aver dimenticato gli spari e un destino che sembra già scritto.
(La Repubblica) 

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