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LEGGI RAZZIALI : GIANFRANCO FINI L'ASINO CORNUTO.

Roma 18.12.08 (corsera.it) Fini. La questione delle legge razziale. Il  Vaticano insorge. Duro scontro. Che cosa c’è dietro l’incauta uscita del presidente della Camera.(corsera.it)

Alberto Giovannini storica firma de Il Tempo , il quotidiano romano, quando l’editore era Renato Angiolillo,spero che la memoria non mi tradisca, avrebbe definito Fini “ maddaleno pentito”. Il pupillo di Almirante nutrito dall’ideologia fascista fin dalla sua gioventù si sarebbe ben guardato di oltraggiare il Duce e i suoi eredi riuniti nel Movimento sociale italiano.

Saluti romani ai comizi di Almirante, Anfuso, l’ex ambasciatore che non tradì Mussolini mentre tutti i suoi colleghi si defilavano, del principe nero Valerio Borghese, di Michelini, e di tanti altri nostalgici che di Roma avevano fatto la loro roccaforte politica. Poi la svolta democratica, la camicia nera gettate alle ortiche, il saluto romano ripiegato sui fianchi, l’ideologia fascista ripudiata. A mantenere in vita il Duce sono rimasti gli intransigenti  Storace e  il “pecora”. Persino la nipote del dittatore ha tradito il nonno paterno.Il  maestro di Fini, Giorgio Almirante, non fece una piega quando lo Stato fascista promulgò la legge razziale nel 1938 che discriminava gli ebrei, cittadini italiani, dalla vita sociale. L’antisemitismo trovava spazio negli organi d’informazione del regime e il popolo italiano nella sua maggioranza accolse il provvedimento legislativo quando ancora il consenso sul Duce era alto. Molti italiani di razza ariana ne approfittarono per liberarsi della concorrenza degli ebrei  nei settori della cultura, dell’insegnamento,del commercio e di altre attività dove eccellevano. Non  a caso Giovanni Gentile si diede da fare per proteggere il patrimonio culturale che essi esprimevano. Il popolo italiano si accorse della funesta  sua sorte legata al regime quando arrivò tremenda la sconfitta militare. La catarsi fu quasi totale, ma non risolutiva. Così risorse il fascismo trovando rifugio nel regime democratico parlamentare repubblicano. Nessuna istanza di resipiscenza sul razzismo da parte del giovane Fini. L’erede di Almirante nel ricostruire la sua carriera di democratico ha dovuto compiere molte fughe in avanti per approdare nel partito di Berlusconi fino alla apoteosi della carica di presidente della camera dei deputati. Il tallone d’Achille era la questione razziale che coinvolgeva i suoi rapporti con gli ebrei, cittadini italiani e Israele. Davanti al Rubicone si ricordò di Cesare “ alea iacta est” e sbarcò in Israele sicuro di trovare accoglimento e benevolenza da quel popolo martoriato. E la ottenne. Superato quello scoglio doveva fare i conti con gli italiani. Si posizionava astutamente sulla linea politica della Chiesa di cui l’interprete illuminato era Giovanni Paolo II. Il colpo di maglio per distruggere il suo passato di camicia nera lo ha impresso non con la visita alla Sinagoga di Roma, ma con la sua recentissima esternazione. Ha accusato il popolo italiano di connivenza con il fascismo che non si è sollevato contro la legge razziale, senza accennare a che  cosa su quell’argomento si pensasse in famiglia. Se le è presa con la Chiesa cattolica anch’essa connivente con il fascismo, senza accennare a che cosa sull’argomento ne pensasse il parroco della sua Parrocchia. Ha fatto di tutta un’erba un fascio. Ora Fini ha chiuso la questione ebraica e può puntare alla presidenza della Repubblica  avendo a sua disposizione tutto il tempo che vuole.Giustamente la Santa Sede si è sentita offesa non tanto sulla sua presunta indifferenza di fronte alle discriminazioni razziali, quanto perché la predica viene da un asino cornuto.

Renato Corsini.

 

 


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