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STRAGE DI GAZA,ERDOGAN UN PASSO INDIETRO DELLA TURCHIA IN EUROPA.

Tel Aviv 2 Giugno 2010 (Corsera.it)di Matteo Corsini

"E' pericoloso essere nostri nemici." Le dichiarazioni del primo ministro turco Erdogan contro Israle lasciano l'amaro in bocca e sicuramente allontanano la Turchia da quel processo di integrazione con l'Europa.La sfida di battaglia,l'urlo di guerra suona sinistro per noi occidentali,come Israele avesse compiuto una strage senza giustificazione alcuna.Molti dei pacifisti a bordo della Freedom Flotilla erano simpatizzanti filopalestinesi legati alle organizzazioni dei guerriglieri di HAMAS.(Corsera.it)

leggi le short all'interno.

01/06/2010 - 18.31 - Erdogan accusa Israele di aver compiuto un massacro. Appena rientrato dal Cile, dove si trovava in visita ufficiale, il primo ministro turco ha parlato davanti al gruppo parlamentare del suo partito, Giustizia e Sviluppo, condannando il blitz ... - Fonte: euronews   condividi  commenta  LEGGI L'ARTICOLO

La nascita di un nuovo nemico Un nuovo nemico. E' questo che minaccia di esser diventata la Turchia per Israele. Ed è questo che per gli israeliani sembra essere il primo, peggior risultato dell'assalto navale alla “Mavi Marmara”. Le parole di ieri del premier turco Recep Tayyip ... (La Repubblica)

«La Turchia sta soppiantando l'egemonia egiziana» «Israele non si rende conto degli enormi prezzi politici e diplomatici dopo ogni sua nuova “bravata”. O forse si rende perfettamente conto, ma non gli interessa più di tanto». Per Amine Kammourieh, editorialista del quotidiano libanese an-Nahar, ... (Avvenire.it)

La Turchia è diventata il vero paladino della causa palestinese by Emile Hokayem Quando gli analisti e gli storici ripenseranno al deterioramento delle relazioni turco-israeliane, non sarà difficile ripercorrere la loro traiettoria verso la rovina. L'uccisione di almeno dieci attivisti a bordo della flottiglia ... (Medarabnews)

«Israele sia punita» DIPLOMAZIA. A due giorni dall'attacco alla nave turca il premier Erdogan tuona contro Gerusalemme. L'Onu condanna «gli incidenti» e chiede l'apertura di un'inchiesta «indipendente, credibile e trasparente». «Il comportamento di Israele deve essere ... (Terra)

ENZO BETTIZA

Non v’è dubbio, altresì, che la reazione delle forze navali israeliane è stata eccessiva, nevrastenica, mal guidata e mal controllata. La frettolosità tecnica con cui l’hanno eseguita ha provocato un eccidio di grave danno per l’immagine di Gerusalemme già logorata nel mondo.

In sostanza, le forze speciali d’Israele hanno risposto maldestramente alla provocazione, causando un disastro di proporzioni umane e politiche che daranno facile gioco propagandistico ai pacifici alleati di Teheran, di Hamas, di Hezbollah. Al tutto si aggiunge l’isolamento del governo di Netanyahu dall’amministrazione Obama e dai Paesi dell’Unione europea, in particola-re mediterranei, lambiti dal caos alle porte di casa.

Ma al centro della situazione, estremamente complessa dopo la catastrofe, non si trovano soltanto le mosse difensive intemperanti e sbagliate di un combattivo governo di destra israeliano. Al centro direi storico, più che contingentemente politico, si trova la Turchia, il più cospicuo e potente Paese islamico del Medio Oriente. La flottiglia degli attivisti era salpata in gran parte dalle coste turche e da Cipro. Era stata progettata e finanziata principalmente dall’Ong turca «Ihh», organizzazione radicale islamica fondata nel 1992 e legata al network dei Fratelli musulmani. La nave ammiraglia della spedizione, Mavi Marmara, batteva bandiera turca, erano turchi molte centinaia di attivisti, infine erano turche tutte o quasi le nove vittime uccise dalle truppe speciali israeliane.

Si è quindi detto che è scoppiato un esordio di guerra tra Israele e la Turchia dopo circa sessant’anni d’alleanza sul piano economico, politico e perfino militare. Ma, in realtà, non è stato un esordio. E’ stato piuttosto il culmine più visibile e più clamoroso, ancorché indiretto, di una parabola da tempo negativa nei rapporti generali di Ankara, non solo col vicino Stato israeliano, ma con l’Occidente nel suo complesso. Dallo scontro letale nelle acque internazionali intorno a Gaza s’è visto emergere e prendere quasi corpo uno spostamento massiccio, un rivolgimento geopolitico, un novum pericoloso perché dilagante in uno degli scacchieri più infiammabili del globo. In definitiva stiamo assistendo al distacco dal mondo atlantico di un Paese forte e vitale di 80 milioni che costituì, per decenni, il baluardo orientale della Nato con un esercito ritenuto secondo soltanto a quello americano.

La lenta metamorfosi e il ritorno all’islam della nazione turca, tecnicamente europeizzata e laicizzata da Kemal Ataturk dopo la Grande Guerra, sono iniziati nel 1989 con il crollo del comunismo e la fine della guerra fredda. Lo scioglimento dei blocchi contrapposti hanno dato inattese e insieme ancestrali prospettive alla penetrazione egemonica di Ankara nel Caucaso, nell’Azerbaigian, nelle ex repubbliche islamiche dell’Urss. Il riavvicinamento alla Siria e i legami prima cauti, quindi palesi con l’Iran, hanno poi completato questa specie di anabasi psicologica, politica e religiosa dall’europeizzazione incompiuta alle ataviche radici dell’Asia. Il gioco si è fatto più stretto, anche se cauto e sommerso, con l’arrivo al potere nel 2002 del partito islamico moderato Akp (targato «Giustizia e Sviluppo») guidato dall’abile e arrogante Recep Tayyip Erdogan e dal suo sodale Abdullah Gül, rispettivamente capi in carica del governo e dello Stato.

Erdogan ha subito avviato una lunga e difficile trattativa per l’ingresso della Turchia nell’Unione europea che gli americani, più di tanti europei, vedevano di buon occhio e favorivano come vincolo di continuità con la Nato. Ma qui iniziava un baratto quasi contabile e assai ambiguo fra il dare e l’avere. Non si capiva bene dove Erdogan e il suo partito volessero portare la Turchia pseudomoderna. Mentre le masse anatoliche, spesso fanatizzate, davano ascolto alle sirene anche fondamentaliste, il machiavellico Erdogan concedeva a Bruxelles alcuni punti e molte promesse sulle questioni dei diritti civili in contrasto con la tradizione nazionale e nazionalista: abolizione della pena di morte, sospensione del reato d’adulterio, mano ammorbidita nei confronti dei curdi, mano tesa ai cristiani armeni memori del genocidio.

L’impressione era che Erdogan e Gül, che esibivano in pubblico le loro mogli rigorosamente velate, più che desiderare l’avvicinamento all’Europa usassero l’Europa per stroncare, mediante clausole ed esigenze europee, l’incombenza dello storico potere parallelo kemalista presente fin dagli Anni Venti nelle istituzioni e nella società turche. Commissari e deputati di Bruxelles, spesso strabici esportatori di eccessivo democratismo moralistico, erano portati a scorgere soltanto una casta di golpisti nei militari e nei magistrati che nel 1960, 1971, 1980 avevano interrotto con colpi di Stato confuse e insidiose derive parlamentari istituendo governi militari di durata sempre breve e transeunte. Per Erdogan era indispensabile colpire e dimezzare con pugno di ferro il loro ruolo di garanti e custodi del lascito laico di Kemal per capovolgere e riasiatizzare, in parte, una Turchia ricollocata magari in prima fila tra i Paesi islamici della regione. Egli ha usato sovente con astuzia le regole europee per emasculare l’europeismo dalla giunta secolare. Non a caso ha fatto arrestare il 22 febbraio oltre 40 esponenti militari, fra cui 14 di altissimo rango.

A questo punto Erdogan non ha potuto che schierarsi dalla parte degli attivisti imbarcati sull’ammiraglia pacifista che esibiva soltanto due bandiere, la turca e la palestinese, condannando duramente l’attacco israeliano come «atto di pirateria» e come «terrorismo di Stato». Sarà Ankara a ricorrere per prima al Consiglio di sicurezza dell’Onu per mettere una volta di più al bando dell’ordine internazionale le azioni di Israele. Ma il vero dramma della storia in atto va ben al di là della fine del tradizionale rapporto d’amicizia tra Ankara e Gerusalemme. La verità è che siamo in presenza della più profonda crisi nelle relazioni, un tempo solide e proficue, della Turchia con l’Occidente in quanto tale. Una Turchia riallineata con forza, e perfino con pulsioni egemoniche panislamiche, ai più militanti Paesi musulmani arabi e non arabi.
 


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