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CORSERA LIBIA ALLERTA INTERPOL GHEDDAFI E FEDELI CRIMINI CONTRO UMANITA'.

ALLERTA INTERPOL SU GHEDDAFI Interpol, con sede a Lione, nel centro della Francia, ha diffuso un'allerta alle polizie mondiali riguardante Muammar Gheddafi e altre 15 personalità libiche. Interpol ha reso noto di aver allertato oggi le polizie dei suoi 188 stati membri riguardo il colonnello Muammar Gheddafi e 15 delle persone del suo entourage, al fine di facilitare l'applicazione delle sanzioni dell'Onu e l'inchiesta aperta dalla Corte penale internazionale.
L'allerta di Interpol alle polizie di tutto il mondo su Gheddafi e 15 suoi fedelissimi, non chiede l'arresto delle persone citate ma mette a disposizioni informazioni che li riguardano. La procedura, ha precisato Interpol, intende «mettere in guardia gli stati membri .... TRIPOLI - Venerdì di guerra in Libia dove l'esercito ha lanciato una controffensiva in Cirenaica, bombardando Brega, la vicina Ras Lanuf e Ajdabiya, e in Tripolitania, dove la tv di Stato ha annunciato di aver riconquistato Zawiya, città a soli 40 km da Tripoli di enorme importanza strategica perchè sede della più importante raffineria del Paese nordafricano. Nella capitale è invece esplosa nuovamente la rabbia anti-Gheddafi davanti ad alcune moschee al termine della preghiera del venerdì. Per la seconda settimana consecutiva, sulla scalinata della moschea di piazza Algeria, nel quartiere italiano, un centinaio di persone che intonavano cori contro il leader libico sono state disperse a raffiche di kalashnikov in aria, mentre nel quartiere periferico di Tajoura la polizia ha sparato lacrimogeni contro i manifestanti usciti dalla moschea. Le notizie che giungono da Zawiya sono contraddittorie e drammatiche: la tv libica ha annunciato che l'esercito ha ucciso «il capo dei terroristi», Hussein Darbuk, e ripreso i 19 carri armati sottratti venerdì scorso dagli insorti dalla locale caserma dell'esercito. «Abbiamo spazzato via i terroristi da Zawiya», ha annunciato l'emittente.

50 MORTI E 300 FERITI A ZAWIYA Testimoni citati da Al Jazira parlano di oltre 50 morti e 300 feriti. Il governo libico ha poi precisato che spera di riprendere il controllo totale della città «possibilmente in serata», mentre i ribelli confermano che Zawiya è martellata dall'artiglieria e che il loro comandante è stato ucciso. Fonti ospedaliere riferiscono poi di numerose vittime anche nell'est, dove si combatte a Brega, la cui sorte resta incerta, e nella vicina Ras Lanuf, che gli insorti affermano di aver preso, insieme al controllo dell'aeroporto: «Ras Lanuf è caduta, è in mano nostra», ha detto un miliziano. Verso la città stanno convergendo decine di veicoli con rinforzi per i ribelli. L'esercito di Gheddafi ha anche bombardato Ajdabiya, dove gli insorti custodiscono il proprio arsenale. L'eco dei combattimenti è arrivato anche nella capitale Tripoli, saldamente sotto il controllo delle forze di Gheddafi, dove si sono ripetute manifestazioni di protesta davanti ad alcune moschee dopo la preghiera del venerdì. Davanti alla moschea di piazza Algeria, che sorge nell'edificio che ospitava l'ex cattedrale cattolica, in pieno quartiere italiano, si sono radunati oggi un centinaio di sostenitori del Colonnello giunti a piedi e in macchina sventolando bandiere verdi della Jamahiriya e innalzando foto del leader libico. Al termine della cerimonia religiosa è salita la tensione. Dopo i primi accenni di protesta, un miliziano in borghese ha esploso una raffica di kalashnikov in aria. Il miliziano è stato prontamente disarmato da un agente di polizia, ma i fedelissimi di Gheddafi, alcuni armati di bastone, hanno aggredito due dimostranti.

Fonti ufficiali riferiscono che uno dei due aggrediti aveva una pistola. I due sono stati sottratti a stento al linciaggio della folla da una decina di poliziotti in tenuta anti-sommossa e caricati a forza su un Suv che è partito sgommando. Da dietro la moschea si levava intanto una colonna di fumo nero mentre una decina di dimostranti preferiva barricarsi all'interno del luogo di culto per sottrarsi alla rabbia dei sostenitori di Gheddafi che inveivano contro gli insorti, l'Occidente e la stampa internazionale. Due cameramen, un americano e un venezuelano sono stati spintonati dalla folla e c'è voluto l'intervento della polizia per evitare che la situazione degenerasse. Sulla piazza è comparso anche uno striscione in inglese su cui c'era scritto: «all'inferno chi interviene negli affari interni degli altri Paesi». Testimoni riferiscono di scontri anche a Tajoura, già teatro nelle due settimane di rivolta di numerosi episodi di violenza. All'uscita dalla moschea dopo la preghiera, circa 300 persone hanno intonato slogan contro il regime. La polizia ha sigillato il quartiere, impedendo l'accesso anche ai libici. Fonti ufficiali riferiscono che le forze di sicurezza sono intervenute usando gas lacrimogeni, mentre secondo alcuni abitanti del quartiere ci sarebbero stati anche spari da parte dei governativi. Nessuna protesta invece in altri due quartieri di Tripoli, Suk Juma e Fashlum, dove venerdì scorso si erano affrontati oppositori al regime e forze di sicurezza. Fonti dell'opposizione che non possono essere verificate direttamente sostengono che nei giorni scorsi molti oppositori sono stati identificati e arrestati anche grazie ai filmati trasmessi dalle tv straniere. Il vescovo cattolico di Tripoli, Giovanni Martinelli, conferma gli scontri di oggi a Tajoura: «Ho sentito che ci sono stati violenti incidenti ma nessuna vittima, per quello che mi risulta», dice al telefono.

RIBELLI PRO-GHEDDAFI BOMBARDANO DEPOSITO DI ARMI Le forze leali al colonnello Muammar Gheddagi hanno bombardato un deposito di armi alla periferia di Bengasi. Lo ha detto Mustafa Gheriani, portavoce dei ribelli della Coalizione del 17 febbraio. Ulteriori dettagli sul bombardamento non sono al momento disponibili.

17 MORTI IN ATTACCO A DEPOSITO ARMI Ha fatto 17 morti l'attacco sferrato stasera dalle forze governative libiche contro un deposito di munizioni a Bengasi. Lo afferma l'emittente panaraba Al Jazira senza fornire altri particolari.

NO INTERVENTO ITALIA, SOLO BASI Un intervento militare italiano in Libia è da escludere, «per ovvi motivi legati la nostro passato coloniale», ha precisato il ministro degli Esteri Franco Frattini. Per ora le forze armate hanno messo a disposizione dei Paesi alleati le proprie basi per missioni umanitarie. Lo scenario potrebbe cambiare nel caso di una risoluzione dell'Onu che decidesse un altro tipo di intervento. Anche di questo si parlerà mercoledì prossimo nella riunione del Consiglio supremo di Difesa convocato al Quirinale dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Due giorni dopo, a Bruxelles, è in programma il vertice dei capi di Stato europei. La situazione in Libia è ancora caotica e tutte le opzioni sono aperte. Barack Obama ha fatto sapere che gli Stati Uniti sono pronti all'intervento militare e tre navi da guerra Usa sono state spedite a poche miglia dalle coste libiche. Ma c'è cautela da parte di tutti (Nato compresa), in attesa di un mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che potrebbe sbloccare l'impasse. Da parte sua, il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha avuto colloqui con i suoi colleghi di Stati Uniti, Canada ed Inghilterra, cui ha concesso in questi giorni la possibilità di usare la base di Sigonella, ma soltanto per missioni umanitarie e rimpatri. I vertici delle forze armate italiane hanno comunque cominciato a discutere sulle possibili evoluzioni dell'impegno. Per la sua posizione geografica l'Italia è un Paese chiave per eventuali azioni in Libia. Tra le sanzioni decise dalla Ue contro Tripoli c'è quella dell'embargo totale sulla vendita di armi. Misura che necessita di un dispositivo navale di controllo perchè sia efficace. È questo, per ora, il primo possibile livello di coinvolgimento militare, al di là di quello umanitario. Si stima servano almeno 16-20 unità navali - che potrebbero partire dalla Sicilia e da Malta - per mettere in moto il meccanismo di embargo. Alcuni mezzi italiani (come il cacciatorpediniere Mimbelli, specializzato nella difesa aerea), potrebbero partecipare a questo dispositivo, che però dovrebbe essere multinazionale. L'altro tipo di azione di cui si è parlato - ma finora l'opzione è stata stoppata - è quella della 'no fly zonè, creare cioè uno spazio aereo proibito al volo sulla Libia, per impedire ai caccia di Gheddafi di bombardare la popolazione civile. Si tratterebbe di un vero atto di guerra, in quanto prevede il bombardamento di eventuali aerei libici che dovessero alzarsi in volo. E per ora sia Frattini, sia La Russa hanno escluso nettamente che l'Italia possa partecipare ad intervento simile. Nemmeno mettendo a disposizione le proprie basi per i raid aerei sul Paese nordafricano. Naturalmente, una risoluzione Onu potrebbe cambiare le cose. Il modello della 'no fly zonè potrebbe essere quello attuato nel 1993 sulla Bosnia, dopo un apposito pronunciamento del Consiglio di sicurezza dell'Onu. In quell'occasione l'Italia mise a disposizione di aerei americani, britannici, francesi e olandesi le basi di Aviano, Brindisi, Cervia, Ghedi, Gioia del Colle, Istrana, Sigonella, Trapani e Villafranca. Nel caso della Libia, tra le basi coinvolte potrebbero esserci quelle di Sigonella, Trapani e Gioia del Colle.

CONFISCATA BARCA CON MILIONI PER GHEDDAFI Una barca di soldi per Gheddafi. Letteralmente. Banconote libiche pari a 117 milioni di euro stampate in Gran Bretagna, e destinate al rais, erano contenute su una nave diretta in Libia che è stata intercettata mercoledì scorso nelle acque territoriali britanniche e scortata nel porto inglese di Harwich (Essex). Secondo quando riportano oggi i media britannici, la nave era salpata dalla Gran Bretagna e lo scorso weekend ha tentato di attraccare nel porto di Tripoli. In quel momento la situazione nel Paese è degenerata e a quel punto la compagnia di navigazione ha chiesto alle autorità britanniche di poter tornare indietro. Una volta attraccata nel porto di Harwich, i funzionari sono saliti a bordo e hanno scoperto le banconote libiche contenute in alcuni container. Il carico è stato quindi sequestrato e portato in un luogo sicuro. La valuta libica viene stampata in un magazzino nel nordest dell'Inghilterra; il sequestro avviene una settimana dopo il tentativo fallito degli alleati di Gheddafi di esportare 900 milioni di sterline di banconote (pari a 1 miliardo di euro). Il Tesoro ha, infatti, emesso domenica scorsa un'ordinanza che impone il divieto sulle esportazioni di denaro libico dalla Gran Bretagna per un anno. Ma pare che la nave intercettata con i 177 milioni di euro a bordo abbia lasciato il Paese prima che l'ordinanza entrasse in vigore. E, scrive il Daily Mail, la compagnia di navigazione ha contattato il governo britannico per concordarsi sulla restituzione del denaro dopo essersi resa conto che non poteva attraccare nel porto di Tripoli. La nave, il cui nome non è stato reso noto, è stata rintracciata dal governo e raggiunta lo scorso mercoledì da un'imbarcazione dell'agenzia per il controllo delle frontiere. La polizia è quindi salita a bordo e ha portato via il denaro. Dopo il congelamento dei beni da parte della comunità internazionale, compreso il Regno Unito, Gheddafi si trova a corto di soldi che in questo momento gli servono. E parecchio anche. La Gran Bretagna ha messo 2,3 miliardi di euro fuori dalla portata del rais e del suo entourage. Ma il colonnello ha bisogno di sempre più fondi per pagare i fedelissimi al regime e per assumere mercenari ai quali paga 20 mila euro a testa. La scorsa settimana i suoi alleati hanno cercato di portarsi via 1 miliardo di euro (in dinari) da un deposito del Nordest britannico dove le banconote vengono stampate, ma il governo ha adottato alcune tattiche per ritardarne la consegna in attesa che l'ordinanza di divieto entrasse in vigore.

ALLERTA INTERPOL SU GHEDDAFI Interpol, con sede a Lione, nel centro della Francia, ha diffuso un'allerta alle polizie mondiali riguardante Muammar Gheddafi e altre 15 personalità libiche. Interpol ha reso noto di aver allertato oggi le polizie dei suoi 188 stati membri riguardo il colonnello Muammar Gheddafi e 15 delle persone del suo entourage, al fine di facilitare l'applicazione delle sanzioni dell'Onu e l'inchiesta aperta dalla Corte penale internazionale.
L'allerta di Interpol alle polizie di tutto il mondo su Gheddafi e 15 suoi fedelissimi, non chiede l'arresto delle persone citate ma mette a disposizioni informazioni che li riguardano. La procedura, ha precisato Interpol, intende «mettere in guardia gli stati membri sul pericolo posto dagli spostamenti di questi individui e dei loro beni», «assisterli nei loro sforzi di applicare» le sanzioni delle Nazioni unite e sostenere l'inchiesta aperta dal procuratore del Corte penale internazionale (Cpi) per crimini contro l'umanità nei confronti del capo di stato libico. Interpol considera Gheddafi e 15 «membri della sua famiglia o stretti collaboratori» come coinvolti «nella pianificazione di attacchi, compresi dei bombardamenti aerei, sulle popolazioni civili».

SMS CONTRO STRANIERI La compagnia telefonica statale libica ha inviato recentemente degli SMS ai suoi utenti con i quali li aizza contro gli stranieri presenti in Libia accusandoli di volere, con questi messaggi, «seminare il panico» e «distruggere» il Paese, stando a testimoni che hanno ricevuto il testo. Gli sms sono stati diffusi da Libyana, la società nazionale libica di telefonia. Alcuni cittadini egiziani in fuga dalla Libia giunti all'aeroporto Djerba, in Tunisia, hanno mostrato ad un giornalista dell'Afp sul posto il messaggio ricevuto sul proprio telefono, in data 19 febbraio, con il testo seguente: «Gli stranieri infiltrati, tunisini, egiziani, sudanesi, coloro con passaporto di paesi del Golfo, hanno valuta straniera e possiedono apparecchiatura per la comunicazione molto sofisticata. Ciò mostra chiaramente l'entità del complotto che preparano contro di noi libici. Questi nemici vogliono seminare problemi e distruggere il nostro Paese, la Libia, e bloccare il nostro processo di riforme e di sviluppo».

ZAWIYAH RIPRESA DA GHEDDAFI La città di Zawiya, circa 60 km a ovest di Tripoli, è stata ripresa dalle forze fedeli al colonnello Muammar Gheddafi. Lo ha annunciato la televisione libica. Il «capo del gruppo terroristico» della città - ha affermato l'emittente - Hussein Darbuk e il suo vice sono stati uccisi, mentre altri capi ribelli sono stati fatti prigionieri. Sono inoltre stati sequestrati, sempre secondo la tv di Stato, «31, 19 veicoli da trasporto truppe, 45 batterie di contraerea e altre armi». «Il popolo di Zawiya e i dirigenti dei comitati popolari hanno posto Zawiya al riparo dalle forze armate terroriste», ha insistito il primo canale della tv, mentre il secondo canale ha affermato che le forze di sicurezza libiche hanno «ripreso il controllo della maggior parte di Zawiya».

SPARI A TRIPOLI Spari si sono uditi nel quartiere di Tajura, nella parte orientale di Tripoli, teatro di un raduno di centinaia di oppositori del regime, che le forze di sicurezza stanno disperdendo con gas lacrimogeni. Lo ha riferito un giornalista della Reuters. «Hanno sparato gas lacrimogeni. Ho sentito degli spari. La folla corre da tutte le parti», ha detto il reporter. Manifestanti pro e anti Gheddafi si sono anche battuti corpo a corpo nel pressi della piazza Verde a Tripoli e non lontano dalla piazza dei Martiri, ha riferito un testimone in una conversazione telefonica con l'Afp. A suo avviso le forze pro Gheddafi hanno inoltre dato l'ordine di accerchiare la zona. Sono quindi rimaste in disparte senza intervenire, limitandosi a sparare colpi in aria.
Al Arabiya riferisce che almeno 13 persone sono rimaste uccise in scontri oggi a Zawiyah, a ovest di Tripoli, secondo fonti mediche. Intanto al Jazira, citando un testimone, parla doi oltre 50 morti e 300 feriti.

CATTURATI TRE MARINE OLANDESI La tv di stato libica ha mostrato le immagini dei tre marine olandesi catturati due giorni fa dalle forze pro-Gheddafi mentre cercavano di evacuare due stranieri vicino al porto di Sirte. Lo riferisce la BBC. La televisione pubblica olandese ha ritrasmesso le immagini dei tre marine, oscurando i loro volti, secondo la Bbc. Un portavoce del ministero della difesa dell'Aja ha detto di essere in contatto con i tre. «Stanno bene, per quanto possibile nella situazione in cui si trovano». Trattative sono in corso per liberare i tre, che componevano l'equipaggio di un elicottero Lynx.

NAZIONALISTI SERBI CON GHEDDAFI Gli estremisti ultranazionalisti del Partito radicale serbo (Srs), che fa capo a Vojislav Seselj, attualmente sotto processo per crimini di guerra al Tribunale penale internazionale dell'Aja (Tpi), hanno espresso il loro appoggio alla «volontà del popolo libico» che si batte affinchè continui a essere guidato da «Muammar Gheddafi, un combattente sperimentato contro l'imperialismo e la globalizzazione». In un comunicato diffuso dall'agenzia Beta, l'Srs critica la linea assunta dal governo di Belgrado, che ha condannato Gheddafi e le sue azioni armate contro i rivoltosi. «Questa è una ulteriore conferma che alla guida della Serbia vi sono persone senza coscienza, senza principi morali e senza coraggio, pronti solo a farsi umiliare per soddisfare Bruxelles e Washington», si legge nel comunicato del partito di Seselj. «Il leader libico Gheddafi - si sottolinea - è un amico fidato della Serbia, che è sempre stato dalla nostra parte, sia durante il blocco e le sanzioni sia durante i bombardamenti» (della Nato nel 1999). «È vergognoso vedere come ora il governo (del presidente Boris) Tadic corteggi coloro che ci hanno bombardato e che hanno una politica ostile nei confronti del leader libico», ha concluso il comunicato degli ultranazionalisti serbi. Il documento ha fatto seguito alla diffusione ieri a Belgrado del cosiddetto 'Manifestò di Seselj, nel quale si afferma che la politica filoccidentale del governo «ha distrutto l'integrità territoriale della Serbia e ha portato il paese al collasso economico e sociale». Sottolineando l'avversione a una eventuale adesione della Serbia a Ue e Nato, Seselj sostiene che «la Serbia potrà sopravvivere solo in stretta cooperazione con Russia e Cina».

IMAM BENGASI: DIO CI DARA' LA VITTORIA L'imam che ha guidato la preghiera islamica del venerdì a Bengasi, lo sheick Nabil Sandeck, è giovane, ha solo 33 anni. Ma le parole del suo sermone sono facilmente arrivate al cuore delle migliaia di persone che si erano radunate ad ascoltarlo, davanti al tribunale cittadino, luogo simbolo della 'Rivoluzione del 17 febbraiò: ha parlato di «libertà e vittoria». Ed è stato acclamato, a lungo, da una folla di fedeli che, come ha detto uno di loro echeggiando più o meno il presidente americano Barack Obama, ha «la forza della fede e della speranza». «La vittoria arriverà. E per questo il popolo deve essere paziente. Nel Corano si dice che se i nostri fratelli rimangono uniti, Dio darà infine loro ciò che desiderano. Ed è per questo che oggi ho chiesto ai fedeli di essere pazienti», dice lo sheick Nabil parlando con l'Ansa dopo aver concluso la preghiera, mentre ancora decine di persone gli sono intorno per baciarlo, ringraziarlo, benedirlo, e ripetendo slogan come: «Il popolo vuole la caduta del regime». Le stesse identiche parole scandite al Cairo, sulla piazza Tahrir, nei giorni della rivoluzione che neanche un mese fa ha rovesciato il presidente egiziano Hosni Mubarak. «Ringraziamo i nostri fratelli egiziani perchè hanno esteso la loro rivolta fino alla Libia», dice loro lo sheick, e poi, riprendendo il filo del discorso afferma: «A Gheddafi voglio solo dire: prendi la tua famiglia e vattene. Lascia il Paese. Abbiamo sofferto la dittatura per 42 anni». Parlando del «colonnello», sheick Nabil sembra perdere per un attimo la calma. Abbandona il tono pacato e alzando la voce dice: «Dove sono i drogati? Dov'e al Qaida? dove sono gli integralisti islamici: non c'è niente di tutto questo in Libia. C'è solo un popolo che è unito e che è stanco di soffrire, che vuole la libertà». La piccola folla intorno torna ad acclamarlo, e a sventolare le bandiere rosse, verdi e nere dell'era pre-Gheddafi. E lui riprende calmo: «Gli ultimi giorni sono stati terribili», afferma riferendosi ai sanguinosi scontri attorno al villaggio petrolifero di Brega, circa 200 km ad Ovest di Bengasi. «Ci sono state delle vittime, ma non c'e dubbio: Dio ha dato la vittoria fratelli egiziani. Ora la darà anche a noi, alla Libia». E i fedeli a queste parole esultano, scandendo con forza: «Allah u akbar». Dio è grande.

ALLARME USA: ARMI RIBELLI AD AL QAIDA L'America lancia l'allarme: le armi dell'esercito libico saccheggiate dai ribelli civili, rischiano di finire in futuro nelle mani dei terroristi di Al Qaida, provocando nuovi drammatici rischi per la sicurezza dell'Occidente. Le immagini di tutti i media del mondo, da quando è esplosa la protesta, dimostrano come gran parte dell'arsenale dell'esercito di Gheddafi sia ormai finito sparso in tutto il Paese. In tutti i servizi tv e le foto di questi giorni si vede gente comune, spesso giovani, imbracciare mitra, fucili, ma anche armi pesanti, dal potenziale impressionante, come i missili SA-7 e i più famosi Stinger. Armamenti facili da trasportare e da usare, che se finissero nel mercato nero internazionale a cui si rivolgono i fondamentalisti islamici, aumenterebbero enormemente i rischi di nuovi attentati contro gli Stati Uniti e i suoi alleati. A preoccupare particolarmente le agenzie di intelligence di tutto il mondo, sono i missili a ricerca di calore, conosciuti come 'Manpads', cioè Man Portable Air Defense Systems, capaci di buttare giù un aereo civile mentre è in volo. Una preoccupazione seria a cui il New York Times oggi dedica un lungo pezzo in prima pagina. Si tratta della drammatica conseguenza di ogni crisi internazionale. È accaduto lo stesso in Uganda nel 1979, in Albania nel 1997 o in Iraq 2003. «Il pericolo che questo tipo di missili finiscano nella mani di terroristi al di fuori della Libia è purtroppo molto concreto», ammonisce Matthew Schroeder, direttore del Arms Sales Monitoring Project alla Federation of American Scientists, una sorta di osservatorio del mercato illegale di armi, che ha sede a Washington. «Mettere al sicuro questi missili - sottolinea Schroeder - dovrebbe essere la priorità assoluta dell'intelligence americana e della rete di suoi interlocutori oltreoceano». La minaccia principale, osservano gli esperti, non è immediata. Ma è in un futuro, dopo la fine della rivolta, che le armi rimaste inutilizzate, potranno foraggiare il mercato nero. Del resto, anche prima della rivolta, il colonnello Gheddafi era stato già accusato di aver procurato armi e munizioni a tanti gruppi stranieri, compresi palestinesi, terroristi irlandesi e a governi amici dell'Africa subsahariana, gli stessi paesi da dove si pensa che siano arrivati centinaia di mercenari per reprimere la rivolta a difesa del governo di Tripoli. Si tratta di forniture che in larga parte vengono dall'est europeo. Malgrado le sanzioni, Tripoli in questi anni è riuscita a rifornirsi dagli arsenali rumeni, russi, ungheresi, approfittando di una sorta di campagna di saldi, molto fiorente all'indomani dell'89, con la fine della Guerra Fredda. Armi magari di una certa età, ma ancora in ottimo stato e capaci di spargere morte e distruzione in giro nel mondo.

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