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CORSERA ELEZIONI LAZIO 2013 MATTEO CORSINI FARO' LUCE SUL FALLIMENTO DEL MONTE DEI PASCHI DI SIENA

ROMA 3 GENNAIO 2013 CORSERA.IT

MONTE DEI PASCHI DI SIENA SINDROME LEHMAN BROTHERS.SENZA GLI AIUTI DI STATO LA BANCA SAREBBE FALLITA COME QUELLA AMERICANA LEHMAN BORTHERS.AMMONTA AD UN MILIARDO DI EURO LA PERDITA DEGLI ITALIANI AZIONISTI DELLE BANCHE CROLLATE CON LA CRISI DEI BILANCI.UN DANNO ENORME PER IL RISPARMIO DEGLI ITALIANI.

SCRIVI A REDAZIONE@CORSERA.IT ROMA RISORGE MATTEO CORSINI CANDIDATO REGIONALI LAZIO 2013 MIR MODERATI ITALIANI IN RIVOLUZIONE LA BATTAGLIA DELLA VERITA'  SUL MONTE DEI PASCHI DI SIENA.

DOMANI IN DIRETTA TV ALLE ORE 22.00 SU ONE TELEVISION CANALE 86 DEL DIGITALE TERRESTRE UNA PUNTATA DEDICATA AL MONTE DEI PASCHI DI SIENA E ALLA DISCARICA DI MALAGROTTA DI ROMA.

ELEZIONI REGIONALI LAZIO 2013.SCANDALO MONTE DEI PASCHI DI SIENA.MATTEO CORSINI SE GLI ELETTORI MI ELEGGERANNO FARO' LUCE SULLA VICENDA DEL MONTE DEI PASCHI DI SIENA,SULLA MALAGESTIO,LE PERDITE DEVASTANTI,LE DICHIARAZIONI DEI MANAGERS,CHE MAI HANNO DESCRITTO LA VERITA'.LO SCANDALO DEL MONTE DEI PASCHI DI SIENA E' LA PUTREDINE DEL SISTEMA....

BANCARIO ITALIANO CHE DEVE FINALMENTE VENIRE A GALLA.

DEVO QUESTA BATTAGLIA A TUTTI GLI AZIONISTI DEL MONTE DEI PASCHI DI SIENA,AI CONTRIBUENTI ITALIANI CHE HANNO DOVUTO SBORSARE 3.4 MILIARDI DI MONTI BONDS PER SALVARE UNA BANCA FALLITA.

FARE LUCE,CHIAREZZA,PER IL BENE DEL SISTEMA BANCARIO ITALIANO.FARE LUCE PER DIFENDERE LA NOSTRA BANCA,ERA LA NOSTRA BANCA,OGGI NON LO E' PIU'.TROPPI DANNI,TROPPE INFORMAZIONI SBAGLIATE,TROPPI BUCHI NEI BILANCI.

CORSERA.IT SI E' RESO PROTAGONISTA DI UNA BATTAGLIA GIORNALISTICA SENZA PRECEDENTI,NEL TENTATIVO DI ACCERTARE LA VERITA' SU QUESTO SCANDALO FINANZIARIO,IL PIU' GRANDE DOPO LA PARMALAT.UNO SCANDALO CHE E' STATO MESSO A TACERE,MA CHE HA FINITO DI TRAVOLGERE MIGLIAIA DI AZIONISTI DELLA BANCA,CHE HANO SOPPORTAT DUE AUMENTI DI CAPITALE,PER RITROVARSI IN MANO DELLE BRICIOLE.

ANDREMO AVANTI,FINTANTO CHE I RESPONSABILI DI QUESTO DISASTRO NON PAGHERANNO IL LORO CONTO CON GLI AZIONISTI.

 

da il fatto quotidiano.it Oltre un miliardo di euro. E’ il totale dei risparmi degli italiani andati in fumo soltanto nei primi sei mesi del 2012. E non per tasse, rincari o riduzione della busta paga causa cassa integrazione, ma per la malafinanza. Del resto la cosiddetta socializzazione delle perdite, contraltare della privatizzazione degli utili ora di gran moda nell’Europa della crisi che taglia il welfare a piene mani per tappare i buchi, è sempre stata di casa dove scorrono i soldi dei risparmiatori. Per dare un’idea delle cifre in gioco, secondo le stime dell’Adusbef i crac finanziari dal 2001 ai giorni nostri sono costati complessivamente 52 miliardi di euro che sono stati scuciti dalle tasche di 1,121 milioni di comuni cittadini, per una spesa media unitaria di 46.387 euro. E il calcolo è parziale, perché tiene conto solo dei casi finiti in Tribunale, ma infinite sono le vie, anche quelle legali, per privatizzare gli utili e socializzare le perdite. Tanto più in Borsa, dove i risparmiatori meno avvezzi ai giochi di prestigio sono soprannominati il parco buoi, ma dove chi decide di giocare si assume il rischio d’impresa. Senza contare i costi dell’intervento pubblico, delle perdite di posti di lavoro e delle conseguenza per il territorio. Anche per l’anno che ci buttiamo alle spalle, quindi, ce n’è per tutti i generi e tipi.

I GRANDI CLASSICI DEL CRAC. Con un costo stimato, sempre dall’Adusbef, in 860 milioni di euro il primo e 160 milioni il secondo, sono stati i casi Deiulemar e Banca Network a fare la parte del leone nella prima metà dell’anno coinvolgendo oltre 42mila risparmiatori. Per il crac della compagnia di navigazione di Torre del Greco delle famiglie Della Gatta, Iuliano e Lembo è stato disposto il giudizio immediato con la prima udienza in calendario per il prossimo 11 marzo. Ma sarà lunga sdipanare la matassa di una vicenda che ha dell’incredibile, dove i milioni raccolti presso i risparmiatori, ma anche vip locali e capiclan, non venivano messi a bilancio e depositati direttamente sui conti correnti personali del capostipite degli armatori, senza alcun controllo alla faccia delle normative sull’antiriciclaggio.

“Chi è causa del suo mal pianga se stesso”, ha commentato qualcuno. Che dire invece della vicenda di Banca Network Investimenti, Bni, il cui slogan era “Una banca efficiente. Sempre al tuo fianco”, salvo poi lasciare a piedi 69 dipendenti e 28mila correntisti che quest’estate si sono visti congelare i conti da un giorno con l’altro in attesa dell’intervento del Fondo di tutela dei depositi? Per non parlare della sorte degli obbligazionisti che avevano finanziato con oltre 32 milioni di euro la Sopaf dei fratelli Magnoni che aveva in mano la maggioranza della banca e che a sua volta è crollata in autunno sotto il peso di oltre 100 milioni di debiti. Ma che grazie alla riforma del diritto fallimentare in tema di concordati preventivi introdotta dal governo Monti con il decreto Sviluppo, viaggia ancora tra le tutele del concordato e il fallimento.

A secco, quindi, creditori e, ancor di più, i piccoli azionisti che soltanto nell’ultimo anno di scambi, in Borsa hanno assistito al tracollo del titolo che ha bruciato l’84% del suo valore. Proprio mentre il socio di maggioranza, Giorgio Magnoni fratello del più noto Ruggero, ex presidente di Lehman Brothers per l’Italia, “faceva affari d’oro nell’immobiliare sull’asse tra il Lussemburgo e la Germania”, come riportato dal quotidiano Mf lo scorso 12 dicembre. Immancabili, quindi, gli accertamenti in corso da parte della magistratura sulla vicenda Sopaf, come su quella di Banca Network che include gli investimenti in titoli rischiosi da parte dell’istituto A partire da quelli targati Lehman Brothers.

PRODOTTI BANCARI FINITI IN CLASS ACTION. Ma i soldi dei risparmiatori non finiscono solo nelle azioni delle società quotate in Borsa. Ci sono sia i prodotti finanziari più o meno strutturati, sia i banali conti correnti. Un’area piuttosto vasta e delicata, quindi, che quest’anno ha registrato il via della prima class action nei confronti di un gruppo bancario, Intesa SanPaolo. Oggetto del contendere, che potrebbe riguardare fino a 400mila clienti dell’istituto, alcune spese di conto che sono state introdotte dalla banca in sostituzione delle commissioni di massimo scoperto abolite per legge nel 2009 e giudicate illegittime da Altroconsumo, che ha promosso l’azione collettiva partita a settembre. Il termine per l’adesione è il prossimo 21 gennaio, mentre l’appuntamento in Tribunale a Torino per il conteggio finale delle adesioni è fissato per marzo.

In attesa degli esiti della più ampia inchiesta della magistratura sulla gestione della Banca Popolare di Milano di Massimo Ponzellini, si sta invece chiudendo con una conciliazione da almeno 40 milioni di euro la triste vicenda del convertendo allegro della Bpm, il bond ad alto rischio da 170 milioni di euro che era stato venduto nel 2009 senza la necessaria informazione a 15mila clienti della banca milanese oggi nelle mani di Andrea Bonomi. L’intesa, però, non porterà a grandi risultati per i consumatori secondo l’Aduc, unica associazione che non l’ha firmata commentando che “questi tavoli di conciliazione si risolvono in una buffonata a danno dei risparmiatori ed a vantaggio in primo luogo della Banca (che paga una piccola frazione di quello che dovrebbe sborsare), secondariamente delle associazioni che vi partecipano”.

MANCATI INCASSI. Notevole, poi, la lista delle fregature assolutamente legali. Come le uscite dal listino a prezzi convenientissimi per l’azionista di maggioranza, ma piuttosto deludenti per il piccolo investitore costretto giocoforza ad aderire alle Offerte pubbliche di acquisto (Opa) perché in minoranza. E’ il caso, per esempio, di Benetton, con la famiglia di Ponzano Veneto che a febbraio ha approfittato dei prezzi da saldo per ritirare dal mercato la società dei maglioncini a un controvalore di circa 270 milioni di euro pari a 4,6 euro per azione. Somma che secondo il Sole 24 Ore equivale pro quota a meno del solo valore degli immobili della società.

“Sempre meglio che niente”, commenta chi invece è rimasto a bocca asciutta. In caso di cambio di controllo di una società quotata, per offrire a tutti i soggetti coinvolti la stessa possibilità di guadagno, la normativa prevede infatti l’obbligo del lancio di un’Opa allo stesso prezzo per tutti gli azionisti. Legge che però si può aggirare. In prima istanza fermandosi alla soglia 29,99% del capitale, basta che non ci sia un accordo segreto con altri azionisti per avere comunque la maggioranza nelle assemblee dove si prendono le decisioni importanti senza pagare il dazio ai soci di minoranza. E’ proprio su questa ipotesi che sta indagando la Procura di Milano a proposito della vittoria del gruppo Salini sul rivale Gavio all’assemblea di Impregilo dello scorso luglio, che peraltro è stata dichiarata regolare dal Tribunale, anche se sulla sentenza pende un ricorso in appello. La questione non è da poco, anche perché tra la ragnatela di interessi che gravitano intorno alla società di costruzioni c’è l’appalto per il Ponte sullo Stretto di Messina con annesse penali da mezzo miliardo a carico dello Stato.


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