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TERREMOTO POLITICO ROMA.SCRICCHIOLA L'IMPERO DI DOMENICO BONIFACI.IL TEMPO A RISCHIO CHIUSURA.

Roma 18.4.2009 (Corsera.it)

Dopo l'Unità che rischia di chiudere i battenti se Tiscali verrà inghiottita dal fallimento, scricchiola anche l'impero di Domenico Bonifaci,costruttore romano e patron del quotidiano Il Tempo.La crisi del mercato immobiliare sta facendo le sue vittime illustri,proprio quelle che non hanno saputo resistere ai richiami delle muse e senza rendersi conto che qualcosa non andava per il verso giusto hanno continuato a costruire con colate di cemento.Fermi i cantieri sulla Flaminia,quasi duecento appartamenti,fermo il cantiere a Trastevere quasi 150 appartamenti,ferme le altre iniziative.Se non interverrà qualcuno le ore sono da contare per l'impero del costruttore di Via Bertoloni in Roma.

Pubblichiamo un interessante articolo di Marco Travaglio che spiega chi era Domenico Bonifaci e chi sono i suoi amici.

Segue anche una sintesi di un articolo de La Repubblica .

Uno straniero in patria

di Marco Travaglio

da l’Unità del 9 dicembre 2005 (pag. 6)

Chi fossero Giulio Andreotti e i suoi boys in Sicilia, Paolo Sylos Labini l'aveva già capi­to nel 1974, vent'anni prima del processo di Palermo. Il grande econo­mista era membro del comitato tecnico scientifico del ministero del Bilancio nel governo Moro, chiamato da Nino Andreatta. Poi divenne sottosegretario di quel dicastero Salvo Lima. Sylos fece sapere ad Andreatta di essere incompatibile con Lima: "O lui o io ". Andreatta ne parlò con Moro, ma questi disse di non poterci fare nulla: Lima, imposto da Andreotti, era "troppo forte e troppo pericoloso". Sylos andò dal ministro Andreotti: "O lei revoca la nomina di Lima, che scredita l'immagine del ministero, o mi dimetto ". Andreotti non mosse un dito e Sylos se ne andò. Questo è l'uomo che ci ha lasciati l'altro ieri. Un uomo che in qualunque pa­ese civile sarebbe stato nominato senato­re a vita. Invece, in Italia, è senatore a vi­ta Andreotti (per Lima non c'è stato il tempo). L'altro giorno, mentre Paolo Sylos si spegneva, Roma celebrava uno dei suoi riti più deprimenti, uno di quelli che giustificano l'esistenza della Lega Nord: un grande vernissage per presen­tare il libro di Giulia Bongiorno, un'av­vocatessa che rispetto a migliaia di colle­ghi ha avuto la ventura di perdere il pro­cesso Andreotti e di fingere di averlo vin­to e di essere persino creduta: il libro, "Nient'altro che la verità ", spiega come e qualmente costei abbia vinto un proces­so perduto, dunque un ottimo romanzo di fantasia. Erano con lei, fra gli altri, oltre all'eccellentissimo Cossiga e al prescrit­tissimo Andreotti, il palazzinaro Domeni­co Bonifaci (patteggiamento per la maxi-tangente Enimont con restituzione di 50 miliardi di lire di maltolto), l'ambasciato­re Umberto Vattani (imputato per corruzione e indagato per molestie telefoniche ad alcune segretarie), Cesare Romiti (condanna definitiva per falso in bilan­cio, poi depenalizzato) e la solita corte di pippibaudi, riterusic, marieangiolillo, lambertisposini, cesarebuonamici, martemarzotto, myrtemerlino, jasgawronski e sandrecarraro, senza dimenticare Clau­dio Vitalone, giudice modello per le nuo­ve generazioni e, purtroppo, Enrico Let­ta.

Per quel mondo, per quell'Italietta alle cozze e vongole (vedere le foto di Umberto Pizzi su Dagospia, per credere), gli intellettuali alla Sylos Labini sono il­lustri sconosciuti, al massimo dei mole­sti grilli parlanti. Allievo ed erede di Salvemini, liberalsocialista senza partito, riformista serio (le riforme le aveva in testa, non in bocca), amico dei più gran­di economisti del mondo, considerato il padre dell'economia moderna in Italia, negli ultimi anni Sylos passava per un pericoloso estremista avendo il torto di chiamare delinquenti i delinquenti, an­che e soprattutto quelli col colletto bian­co, e di non frequentarli. Un estremista liberale. Quattro giorni fa mi aveva tele­fonato per verificare alcune notizie sui processi alla “banda Berlusconi", come la chiamava lui, e sugli inciuci destra-si­nistra: le bozze del mio ultimo libro gli servivano per un saggio che stava com­pletando con Roberto Petrini per l'edito­re Laterza, "per avvertire un'ultima vol­ta gli italiani del pericolo che corriamo da una rimonta di quei delinquenti ". Era allarmato dagli ultimi sondaggi. Proferiva commenti irriferibili sull'op­posizione che continua a invitare e vez­zeggiare Confalonieri ("altro che anti­trust, altro che legge sul conflitto d'inte­ressi, questi non cambiano mai"). Ma era appena uscito dall'ospedale e ridac­chiava: "L'ho sfangata un'altra volta, io a quelli lì la soddisfazione di schiatta­re prima della loro sconfitta non gliela do". Se n'è andato prima. Ma l'eterna Italia illiberale e illegale, che aveva combattuto per una vita, non proverà soddisfazione alcuna, perché ha sempre fatto a meno di lui. In compenso, chiudendo gli occhi per tempo, il vecchio Paolo s’è risparmiato gli ultimi spettacoli, Come l’ex-neo-Cirielli, quella che, appena pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, il vicepremier che l’ha appena votata già annuncia di voler modificare. O co­me la legge anti-Caselli, approvata per stroncare la carriera a un magistrato integerrimo che ha osato processare Andreotti: quella stessa legge che sta per essere annullata con un emendamento alla Finanziaria per impedire a un altro magistrato integerrimo che ha osato processare Andreotti, Guido Lo Forte, di diventare procuratore di Palermo “Cupidigia di abiezione", la chiamava Sylos Labini E batteva i pugni sul tavolo. Continuiamo a batterli anche per lui.

Spuntano altri 400 miliardi
dei fondi neri Enimont


ROMA - Una parte della maxitangente Enimont, una somma di circa 400 miliardi rimasta finora sommersa, sarebbe in qualche modo sfuggita al processo milanese sui fondi neri che ha condannato Sergio Cusani e sarebbe finita a Roma, in un giro di corruzione in cui sarebbero coinvolti magistrati e costruttori. La "madre di tutte le tangenti", quella dell'accordo tra l'Eni e la Montedison di Raul Gardini per creare un colosso della chimica, torna dunque in primo piano. La notizia, ancora frammentaria, viene dalla procura di Perugia, che indaga su vari episodi di corruzione al Palazzo di giustizia di Roma e sugli appalti per i cosiddetti "palazzi d'oro", dove il gip ha messo agli arresti domiciliari con l'accusa di riciclaggio Silvio Bucarelli, un collaboratore dell'editore e costruttore Domenico Bonifaci.

L'ipotesi dei magistrati umbri è che quei 400 miliardi sarebbero finiti su conti riconducibili a Bonifaci, che avrebbe rappresentato "interessi più ampi", e cioè una cordata di imprenditori romani. L'indagine che ha portato all'arresto di Silvio Bucarelli rappresenterebbe dunque uno sviluppo importante della vicenda che il 30 maggio 1997 aveva coinvolto Bonifaci, l'avvocato Sergio Melpignano e l'ex magistrato Orazio Savia. Tutti e tre finiti in carcere per concorso in corruzione in atti giudiziari e poi rimessi in liberta. Tra loro, Orazio Savia è stato anche rinviato a giudizio nell'inchiesta sull'altà velocità.

Una parte dell'indagine sulla maxitangente Enimont venne, a suo tempo, stralciata e inviata alla procura di Roma. Qui, secondo i magistrati umbri, un gruppo di imprenditori con Bonifaci capofila, avrebbe fatto pressioni sui giudici e avrebbe provveduto a smistare la parte romana della maxitangente. I magistrati di Perugia sospettano anche che la parte "romana" della maxitangente sia finita a Orazio Savia attraverso una compravendita immobiliare. L'ex magistrato, che fu accusato di essere stato corrotto da Melpignano, Bonifaci e dall'imprenditore umbro Angelo Briziarelli perchè avrebbe agevolato, nella sua funzione di giudice, i loro interessi "in tutti i procedimenti e in ogni attività in cui ne fosse richiesto", sarebbe intervenuto sul pm Antonino Vinci per il processo sui "Palazzi d'oro" e avrebbe cercato di tenere a Roma l'inchiesta Enimont.

Nelle settimane scorse, del processo "Palazzi d'oro" si è
occupata la Cassazione, che ha riinviato la sentenza con la quale la Corte d'Appello di Roma aveva condannato sei ex dirigenti del ministero del Tesoro accusati di concorso in concussione per un giro di presunte tangenti collegato alla vendita di immobili al Ministero. Nell'inchiesta, condotta da Antonino Vinci, i quindici impreditori conivolti (tra cui Briziarelli e Bonifaci) vennero ritenuti concussi.

(19 maggio 1998)

 


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