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ELEZIONI ANTICIPATE GIORGIO NAPOLITANO IN LACRIME ADDIO AGLI ITALIANI

ROMA Il presidente della Repubblica è preoccupato per le voci di elezioni anticipate che si rincorrono da qualche giorno. Il presidente del Consiglio è preoccupato perché ha saputo della tentazione del capo dello Stato di annunciare il suo addio a metà dicembre nel consueto scambio di auguri pre-natalizio con le istituzioni e le alte autorità. Non è stato un incontro facile, quello al Quirinale tra Matteo Renzi, accompagnato dalla ministra Maria Elena Boschi, e Giorgio Napolitano. Il premier si è speso per convincere l’inquilino del Colle a restare, garantendogli la prosecuzione della legislatura e l’approvazione delle riforme. Ma pare che Napolitano sia stato irremovibile: al massimo aspetterà fine anno, non oltre. E certo non potrà certificare lui la fine della legislatura. «Ma la legislatura andrà avanti, se si faranno le riforme», gli ha ribadito il premier, il quale, però, ha dovuto ammettere che «il quadro non tiene come dovrebbe». E non solo perché Berlusconi sta mandando tutto per le lunghe. C’è anche il problema della minoranza pd, che ieri si è presentata al gran completo in commissione Affari costituzionali del Senato. La quale commissione lavorerà a ritmo forsennato, pur di arrivare al dunque, in quei tempi «brevi» richiesti da Renzi. ROMA Il presidente della Repubblica è preoccupato per le voci di elezioni anticipate che si rincorrono da qualche giorno. Il presidente del Consiglio è preoccupato perché ha saputo della tentazione del capo dello Stato di annunciare il suo addio a metà dicembre nel consueto scambio di auguri pre-natalizio con le istituzioni e le alte autorità. Non è stato un incontro facile, quello al Quirinale tra Matteo Renzi, accompagnato dalla ministra Maria Elena Boschi, e Giorgio Napolitano. Il premier si è speso per convincere l’inquilino del Colle a restare, garantendogli la prosecuzione della legislatura e l’approvazione delle riforme. Ma pare che Napolitano sia stato irremovibile: al massimo aspetterà fine anno, non oltre. E certo non potrà certificare lui la fine della legislatura. «Ma la legislatura andrà avanti, se si faranno le riforme», gli ha ribadito il premier, il quale, però, ha dovuto ammettere che «il quadro non tiene come dovrebbe». E non solo perché Berlusconi sta mandando tutto per le lunghe. C’è anche il problema della minoranza pd, che ieri si è presentata al gran completo in commissione Affari costituzionali del Senato. La quale commissione lavorerà a ritmo forsennato, pur di arrivare al dunque, in quei tempi «brevi» richiesti da Renzi. «Siamo a un passo dalla chiusura, tra dicembre e gennaio tutto sarà finalmente realizzato», dice il premier. E per tutto intende non solo la riforma elettorale, che dovrà essere approvata dall’aula di Palazzo Madama, ma anche quella del Senato, che la commissione della Camera dovrà licenziare in tempi brevi, e il Jobs act, varato a Montecitorio, e approdato ora nell’altro ramo del Parlamento. Anche a Palazzo Madama, lascia intendere, il premier, il governo potrebbe non chiedere la fiducia su questo provvedimento. Un modo per tentare di svelenire il clima, e, nel contempo, per sfidare la minoranza interna. Perché far cadere quella legge delega equivarrebbe a far saltare la legislatura. Non è questo l’ obiettivo primario del presidente del Consiglio, il quale lo ha ribadito più di una volta a un preoccupatissimo Napolitano. Il suo traguardo è un altro: mandare a termine lo «storytelling», ossia la narrazione, che ha fatto all’Italia e su cui si gioca la «credibilità»: «È su quello che promettiamo e che poi manteniamo che la gente ci giudicherà e che restituiremo fiducia nella politica e nelle istituzioni». Ma per raggiungere questo obiettivo sulla riforma elettorale Renzi non può pensare di far a meno di Berlusconi e di un ampio consenso in Parlamento, è stato il ragionamento del presidente della Repubblica. Se così non fosse, il premier deve comunque sapere che il capo dello Stato, a un certo punto si dimetterà, a riforme fatte o non fatte, e quindi il cerino gli rimarrà in mano. E non è un caso, allora, se, intervistato dal Tg1 , il premier ripete che il «patto del Nazareno ha ancora un senso» e che le «regole del gioco si fanno con Berlusconi». Insomma, non è vero che Renzi intende andare avanti comunque senza Forza Italia. La sua era stata una minaccia, un tentativo per costringere Berlusconi a non continuare a temporeggiare. Ma, come gli ha spiegato il capo dello Stato, un «accordo va trovato». Anche se lo stesso presidente non sembra tanto ottimista, dal momento che non lega più la sua permanenza al Quirinale alla riforma del sistema elettorale. Il che complica non poco le cose a Renzi. Che a casa sua, cioè nel Pd, deve fronteggiare l’offensiva della minoranza che chiede meno capilista bloccati nell’Italicum e degli alleati che reclamano la clausola sospensiva della legge per esorcizzare la paura del voto anticipato. Paura comprensibile, dal momento che il Pd di Renzi, persino se si andasse alle elezioni con il Consultellum avrebbe una maggioranza ben consolidata al Senato e di stretta misura (320 voti) alla Camera, stando alle proiezioni dei voti delle europee. Insomma, per farla breve, come ammette lo stesso Renzi «le elezioni in realtà converrebbero solo a me, con qualsiasi sistema, di certo non a Berlusconi, checché se ne dica, anche ne caso in cui il centrodestra schierasse Salvini di cui non ho certo paura. Ma, ripeto, non sono le elezioni il mio obiettivo». «Il mio obiettivo sono le riforme. Però questa legislatura ha un senso solo se le fa», confida più tardi ai collaboratori. Ben sapendo che, comunque, le elezioni del presidente della Repubblica, inevitabili, dopo la presa di posizione di Napolitano, non gli permettono grandi spazi di manovra. Un accordo con Berlusconi va comunque fatto.

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