CORSERA CORONAVIRUS SILVIO BERLUSCONI FUGA ED ESILIO IN PROVENZA. ANTONIO TAJANI IL SACRIFICIO DEL CARDELLINO IN TRINCEA

MILANO 2 APRILE 2020 CORSERA.ITL'emergenza da Coronavirus sta facendo vittime in tutta Italia, alcune città sono strette d'assedio come Bergamo, Brescia, Crema ,Cremona.Il nemico invisibile ha messo le ali a molti politici italiani, che sono scomparsi nei loro buen rifugi. Oggi la diretta skype consente loro di

collegarsi alla televisione e continuare ad essere presenti virtualmente sulla scena del fronte . Ma non è così. I politici sono fuggiti, scappati, gli italiani, infermieri,medici, autisti, soldati, carabinieri, sono al fronte senza mascherine. Silvio Berlusconi, ormai anziano, ha abbandonato l'Italia per rifugiarsi in Provenza, nella villa della figlia Marina collocata in un bosco e vicino al mare. Un esilio volontario per il leader di Forza Italia, che a differenza della tragica vicenda della cosiddetta fuga di Ortona,che macchiò di infamia ilre d'Italia Vittorio Emanuele III, ha lasciato il suo fedele Badoglio , al secolo Antonio Tajani, in trincea per segnalare casi di nubi tossiche da Covid-19. " Le narici di Tajani .-dice spesso Berlusconi agli amici - sono le più grandi disponibili in tutto il partito.Lasciare Antonio a Roma è come avere un canarino in trincea.Se muore, sono presenti i gas del nemico, se vive, potrei allora tornare". 

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La fuga da Roma del re d'Italia Vittorio Emanuele III di Savoiae del maresciallo d'Italia Pietro Badoglio (genericamente nota anche come fuga di Pescarafuga di Ortona o fuga di Brindisi) consistette nel precipitoso abbandono della capitale – all'alba del 9 settembre 1943 – alla volta di Brindisi, da parte del sovrano, del capo del Governo e di alcuni esponenti della Real Casa, del governo e dei vertici militari. La fretta con la quale la fuga fu realizzata comportò l'assenza di ogni ordine e disposizione alle truppe e agli apparati dello Stato utile a fronteggiare le conseguenze dell'Armistizio, pregiudicando gravemente l'esistenza stessa di questi nei convulsi eventi bellici delle 72 ore successive. Questo avvenimento segnò una svolta nella storia italiana durante laseconda guerra mondiale.

In seguito a questo evento – che seguì immediatamente l'annuncio, la sera dell'8 settembre, dell'armistizio siglato con gli Alleati il 3 settembre – le forze di terra italiane, abbandonate a loro stesse e senza ordini e piani precisi,[1] non furono in grado di opporre un'efficace e coordinata resistenza alla ovvia e prevedibile reazione tedesca, disintegrandosi nel volgere di poche decine di ore e finendo in larga parte preda dei tedeschi, con eccezione delle guarnigioni di Sardegna e Corsica, in Puglia e – almeno per due giorni – alla periferia sud di Roma. Fu in tal modo consentito all'ex alleato di occupare agevolmente oltre due terzi del territorio nazionale e tutti i territori in Francia, nei Balcani e in Grecia, e di catturare ingentissime quantità di bottino e quasi seicentomila militari italiani; questi furono dai tedeschi considerati non come prigionieri di guerra, soggetti quindi allaconvenzione di Ginevra in materia, ma come "internati", classificazione che dava al governo tedesco, secondo un'interpretazione assolutamente unilaterale voluta da Hitler in persona, il diritto di trattare e sfruttare i prigionieri con metodi e modi del tutto al di fuori delle convenzioni internazionali.

Con la subitanea avanzata alleata in Calabria e gli sbarchi anfibi di Salerno e Taranto in concomitanza con l'Armistizio, il restante terzo del Paese fu rapidamente occupato dagli angloamericani. L'Italia fu perciò trasformata in larga parte in un campo di battaglia, usata dai due contendenti rispettivamente dal primo per la difesa del territorio e degli interessi strategici e politici del Terzo Reich, e dai secondi per attaccare l'Asse nel suo "ventre molle", attirando in Italia il maggior numero possibile di divisioni tedesche per sguarnire gli altri fronti. Il Paese fu così esposto ai rigori e alle sciagure di ulteriori venti mesi di guerra, sottoposto alla duplice occupazione di truppe straniere spesso indifferenti alle condizioni della popolazione civile e al patrimonio artistico, industriale e infrastrutturale italiano.[2]

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