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CORSERA CARABINIERI MARIO CERCIELLO REGA, NESSUNO SI E' INGINOCCHIATO PER LUI. ERA UNO SBIRRO, ERA BIANCO, MA ANCHE UN MARITO E UN FIGLIO

ROMA 17 LUGLIO 2020 CORSERA.IT

Mario Cerciello Rega, uno sbirro che pattugliava la città disarmato. Ammazzato come un cane da un drogato sanguinario. Nessuno si ricorda più di lui, della sua bella moglie, dei suoi genitori. Nessuno nel mondo si è mai inginocchiato, o pare abbia mostrato rispetto per un uomo dell'ordine, un ragazzo semplice, senza alcuna velleità da sceriffo. Nel mondo tutto ha un sapore diverso, una valutazione talvolta artefatta dalle opportunità e dalla valutazione del ruolo delle vittime.Se sono neri, il mondo intero si inginocchia, se sono bianchi e sbirri, si mostra un cortese disprezzo. Se non vi fosse ipocrisia in questo mondo, tutte le persone che si sono giustamente inginocchiate per Floyd , dovrebbero farlo per ricordare uno sbirro, un carabiniere, un certo Mario Cerciello Rega, sgozzato come un animale senza appello.

 

Con senza o senza pistola le cose non sarebbero cambiate, forse se avessimo avuto l'arma sarebbe andata peggio". Ne è convinto Andrea Varriale, il carabiniere che era di pattuglia, in borghese, con il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega la notte del 26 luglio. Il militare ha proseguito, davanti ai giudici della prima corte d'Assise, la sua testimonianza nel processo che vede imputati per concorso in omicidio Finnegan Lee Elder e Gabriele Natale Hjorth. Ed in aula spunta una messaggio scritto a Varriale da un superiore, il maresciallo Gaetano Armao, prima che il collega di Cerciello venisse chiamato a raccontare i fatti: "Andrea di questa cosa dell'ordine di servizio non ne parlare con nessuno, Ottaviani (capo della stazione dei carabinieri di Piazza Farnese all'epoca dei fatti ndr) già sa tutto, vieni da me e lo compiliamo".

 

 Il riferimento è all'identificazione di Sergio Brugiatelli, il presunto mediatore dei pusher di Trastevere. Nella lunga ricostruzione Varriale ha cercato di chiarire alcuni aspetti di una vicenda complessa. Sulla pistola, in particolare, il carabiniere ha ammesso di avere commesso "un errore stupido, una leggerezza" quando raccontò il falso, alcuni giorni dopo il fatto, al colonnello Antonio Petti, ex capo del gruppo Roma, affermando che quella notte aveva con sé la pistola di ordinanza e che l'aveva consegnata al suo "comandante di stazione in ospedale". Varriale ha rivendicato la scelta di non portare la Beretta per questioni di praticità, ma a "tanti colleghi, subito dopo i fatti, avevo detto che non l'avevo". Il collega di Cerciello ha ribadito che quella notte si qualificarono e mostrarono la placca di riconoscimento. "Quella notte non eravamo preoccupati. Ci sembrava una cosa da nulla, da ladro di polli. A Trastevere sono molte le fregature che vengono fatte a chi cerca droga - ha aggiunto -. Quella ci sembrò una 'sóla' e la pasticca trovata a piazza Mastai era palesemente tachipirina". Il militare ha spiegato, inoltre, che "il tesserino e gli effetti personali di Cerciello" li ritrovò sul "muretto esterno del Pronto soccorso del Santo Spirito", l'ospedale dove furono portati dopo la drammatica colluttazione con i due studenti americani. Nel corso del controesame, rispondendo alle domande di uno dei difensori di Elder, il militare non ha saputo spiegare perché non risultino tracce di messaggi e chiamate sul suo telefono cellulare effettuate il 26 luglio. "Ci sono i messaggi del 25 e del 27 luglio. Quelli del 26 no", ha detto l'avvocato Renato Borzone in aula. Varriale ha poi riferito sulle fasi dell'arresto dei due imputati e della vicenda della bendatura di Natale Hjorth. "Lo vidi così in una stanza della caserma di via in Selci e rimasi sorpreso, non avevo mai visto un arrestato tenuto in quel modo. Mi è parsa una cosa molto strana". Il teste ha raccontato anche del caso della foto comparsa sui media. "Non sapevo assolutamente del fatto che era uscita quella fotografia.


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