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CORSERA USA ARRESTATO JAKE ANGELI PROTAGONISTA DELL'ASSALTO INSURREZIONALE A CAPITOL HILL. LO SCIAMANO CON LE CORNA E' LA NUOVA STAR PLANETARIA 50 MILIONI DI DOLLARI PER UN FILM SULLA SUA VITA

London 9 gennaio 2021 CorSera.it  by dr.Matteo Corsini direttore scientifico EUSG ( Enciclopedia Universale delle Scienze Giuridiche ) 

Usa follia insurrezionalista repubblicana. JAKE ANGELI lo sciamano con le corna è stato arrestato, per metà degli Stati Uniti d'America è una vera e propria star. Prenotati per 10 milioni di dollari i diritti per un libro sulla sua vita. Già pronto un film sull'assalto a Capitol Hill, diritti d'autore sembra pagati 50 milioni di dollari.

Esasperazione e follia della democrazia americana, sul filo della frontiera, una sorta di Balla coi Lupi ai tempi moderni. Jake Angeli è la nuova icona mondiale, star della nuova frontiera sociale americana.Ilprotagonista indiscusso del "peggiore giorno della democrazia americana " come ha sentenziato il nuove Presidente americano Joe Biden, senza capire che Jake incarna lo spirito libertario americano, la pancia del profondo sud, il cuore e il centro del popolo americano ribelle e primitivo. L'assalto insurrezionalista al Congresso americano segna il passo nei confronti di tutte le violazioni dell'ordinamento penale, ma allo stesso tempo lancia un sasso verso le rigidità del sistema politico, quella che torto o a ragione viene considerata l'autorità preponderante.

Quasi metà degli americani non intende sottomettersi alla regolamentazione normativa della democrazia rappresentativa USA. Gli americani sono liberi, lo spirito tanto aspro da poter arrivare a detronizzare gli stessi rappresentanti dell'apparato statale e della macchina legislativa.Lo scontro è a fuoco, come un revival di Ok Corral.Nella guerra psicologica della predominanza politica, c'è chi vive e ci sarà chi muore. Chi andrà avanti e chi dovrà tornare indietro. Una forza spinge contro l'altra. Nessun compromesso. 

Il popolo americano è come una mandria di bufali inferociti che fuggono nella prateria per sottrarsi al massacro. Quel popolo americano non sopporta più le antiquate regole di una democrazia che forse ha necessità di rinnovarsi, troppo imbellettata per rispondere alle dirompenti contraddizioni della società globalizzata, in cui prevale l'istinto di dare sfogo ai propri sogni e violare confini, tracciati, fossati, poichè considera gabbie, carceri, ogni menomazione alla propria libertà personale. L'America è il paese senza frontiere e senza confini, chi cerca di radunare come un branco di pecore lo spirito ribelle dei nativi, ha forse sbagliato direzione. Donald Trump, dall'alto del suo scranno dorato, rappresenta tutto questo, e lo si è visto bene in mondo visione. Il popolo americano, quel popolo repubblicano, ha dimostrato di voler stare fuori dagli schemi, dai binari di una democrazia che alla fine costringe gran parte dei cittadini a sottostare a regole incomprensibili, che hanno tracciato barriere tra la middle class e il gotha finanziario e imprenditoriale del paese. I bufali, o tutti coloro che si cingono il capo con le loro corna, forse esprimono proprio questo : nessuna regola, nessuna costrizione, nessun asservimento a chi non protegge la libertà. Pertanto domandarsi se l'assalto al Congresso sia stato una rivolta insurrezionale oppure no, è davvero un esercizio sterile, dal momento che quella a cui abbiamo assistito è forse stata la rappresentazione più sintomatica e forse suggestiva dell'affermazione della democrazia americana, il paradosso e il paradigma, senza alcuna ombra di dubbio. Ci sono stati dei morti. La battaglia ha tinto di rosso le scale del Campidoglio, ma nulla di più vero e reale per la storia di questo paese, è stata la violenza, che ha da sempre accompagnato ogni capovolgimento sociale e gran parte dei fondamentali episodi storici, di quella che qualcuno ha indicato come la " rivoluzione americana". Abbiamo assistito ancora una volta ad un momento drammatico di questa inesauribile odissea, che ha portato il popolo americano sulla cima del mondo, e nel bene e nel male a diventare un faro per la democrazia e un regolatore delle sue tensioni.

Jake Angeli è l'icona dello spirito americano, in ogni suo senso, l'urlo di un mito inesauribile e sintomatico anche del malessere della loro società superavanzata. L'appartenenza tribale di quel popolo alle proprie origine, vince contro ogni nuovo assemblaggio industriale ed informatico. Nè la censura di Twitter o quella di Facebook, riuscirà a prevalere sullo spirito indomito dei pionieri di quella che continua ad essere la frontiera americana. E questo Donald Trump lo sa ed ha saputo interpretarlo...e sfruttarlo. 

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Scattano le manette per altri due sostenitori di Donald Trump protagonisti dell'assalto al palzzo di Capitol Hill sede del Congresso americano. Adam Christian Johnson, che si era fatto fotografare sorridente con sottobraccio il leggio della Speaker Nancy Pelosi, è stato arrestato in Florida con un mandato di arresto  federale. Secondo quanto riporta il Miami Herald, ora è detenuto nella prigione della Pinellas County. Era stata proprio la foto, che aveva fatto il giro del mondo, a permettere di identificare Johnson che anche aveva pubblicato sui social media diversi post in cui affermava di essere a Washington per il comizio di Trump poco prima dell'assalto al Congresso. Secondo quanto riporta il giornale della Florida, Johnson è un padre che sta a casa a occuparsi dei cinque figli e vive con la moglie a Parrish. Durante la rivolta la polizia aveva fatto 52 arresti, compreso quello di quattro persone trovare in possesso di armi senza  licenza ed una in possesso di armi proibite. Ieri, poi, il dipartimento di Giustizia ha annunciato l'incriminazione di 13 persone, tra le quali il deputato statale della West Virginia Derrick Evans, che oggi ha presentato le sue dimissioni: "Mi assumo la piena responsabilità delle mie azioni, e mi pento per il dolore e l'imbarazzo che ho provocato alla  mia famiglia, amici ed elettori", ha detto Evans. Tra gli incriminati, anche un uomo arrestato in Arkansas, che si era fatto fotografare con i piedi sulla scrivania di Pelosi.

 

Qualche ora dopo, manette a Jake Angeli, lo "sciamano" di Capitol Hill. L'uomo, il vero nome è Jacob Anthon y Chansley Angeli, è stato arrestato e incriminato per ingresso illegale e violento e condotta disordinata nei palazzi del Congresso. Lo ha reso noto il Dipartimento della Giustizia. Con Angeli - più volte ripreso a Capitol Hill il 6 gennaio con in testa un cappello di pelliccia e corna da sciamano - e Adam Johnson, arrestato anche Nick Hochs, uno dei leader dei Proud Boys, in manette dopo essere rientrato a Honolulu. Jake 'lo 'sciamano': "Ho contattato io l'Fbi, orgoglioso di quello che ho fatto" "No, non sono per niente preoccupato, ho contatto io l'Fbi, sono orgoglioso di quello che ho fatto" ha dichiarato Angeli dopo l'assalto al Congresso in un'intervista rilasciata a poche ore prima di ritornare in Arizona dove è stato arrestato dai federali. ConA un giornalista del sito americano Vice, che gli chiedeva se era  preoccupato per la possibilità di essere arrestato, Angeli si è mostrato tranquillo, sostenendo di aver contatto lui l'Fbi e che stava organizzando un incontro con i federali. E ha affermato di non aver  alcun rimpianto, nonostante il pesante bilancio, 5 morti, dell'assalto. "Sono abbastanza orgoglioso della mia partecipazione, mi  piace pensare che sono stato osservatore della storia che si faceva davanti ai miei occhi". Biden: il nostro presidente non è al di sopra della legge "Il nostro presidente non è al di sopra della legge. La giustizia serve il popolo, non protegge i potenti". Lo scrive su Twitter Joe Biden, presidente eletto degli Usa. Twitter sospende definitivamente Trump, rischio violenze anche il 17 gennaio Twitter sospende in via definitiva l'account di Donald Trump per  "il rischio che inciti ulteriormente la violenza". Il 17 gennaio è prevista un'altra manifestazione pro-tycoon. La rabbia del presidente americano è immediata: prova a usare l'account ufficiale @POTUS, ma Twitter rimuove immediatamente i suoi cinguetti. E quindi ricorre a un tradizionale comunicato della Casa Bianca.    Si dice non sorpreso della sospensione: "Lo avevo previsto.Nel sospendere il mio account vogliono mettermi a tacere, vogliono mettere a tacere voi e i 75 milioni di grandi patrioti che hanno votato per me", dice Trump. Poi assicura: "non ci metteranno a tacere. Stiamo trattando con vari altri siti e a breve avremo un grande annuncio, nel frattempo stiamo valutando la possibilità di costruire una nostra piattaforma", aggiunge rivolgendosi ai suoi sostenitori.    La decisione di Twitter sarebbe piovuta inattesa sulla Casa Bianca e avrebbe innervosito ancora di più il presidente, già su tutte le furie per il possibile secondo impeachment. Una messa in stato di accusa che Trump non capisce: "Non ha alcuna intenzione di dimettersi perché non ritiene di aver fatto nulla di sbagliato", fa trapelare la Casa Bianca. Secondo indiscrezioni, mentre erano in corso gli scontri al Congresso, Trump si aggirava soddisfatto all'interno della Casa Bianca senza capire perché nessuno esultasse con lui per quanto stava accadendo. Non solo: durante l'assalto avrebbe cercato di raggiungere telefonicamente i senatori repubblicani per convincerli a capovolgere il risultato del voto.    La decisione di Twitter di sospenderlo manda su tutte le furie anche il figlio Donald Jr, che parla di libertà di parola "morta con big tech". E scatena una levata di scudi fra i conservatori. Il senatore repubblicano Rick Scott parla di "vergogna": "Twitter ha sospeso il presidente Trump ma consente ai cinesi di vantarsi del genocidio e all'ayatollah di parlare sulla possibilità di spazzare via Israele dalle cartin egeografiche", lamenta Scott.  Nikki Haley, l'ex ambasciatrice all'Onu e aspirante repubblicana alla Casa Bianca nel 2024, usa parole altrettanto dure: "Mettere a tacere la gente, per non parlare del presidente americano, è quello che succede in Cina, non nel nostro Paese". Critico anche il New York Post di Rupert Murdoch. "Twitter è guidata da liberal americani, che mettono sotto esame solo un tipo di persona e solo un'area politica", mette in evidenza il board editoriale del quotidiano secondo il quale "o la Section 230 - la norma che garantisce l'immunità ai social media, sollevandoli da ogni responsabilità - viene revocata e Twitter si assume la responsabilità di quello che viene twittato, o altrimenti deve fare un passo indietro e lasciare che sia il pubblico a decidere quello che è accettabile e quello che non lo è". "Penso che il bando di Donald Trump su Twitter sia un atto di censura inaccettabile. Questo precedente sarà sfruttato dai nemici della libertà di parola in tutto il mondo. Anche in Russia. Ogni volta che avranno bisogno di mettere a tacere qualcuno, diranno: 'è solo una pratica comune, anche Trump è stato bloccato su Twitter'" ha scritto il dissidente russo, Alexey Navalny. Pur esponendosi a violente critiche, Twitter ha deciso di agire nel tentativo di non favorire ulteriori violenze. Nella nota che ha accompagnato la sua decisione spiega infatti che"piani per future proteste armate sono già iniziati a proliferare su Twitter, incluso un proposto secondo attacco al Congresso il 17 gennaio", pochi giorni prima della cerimonia di insediamento di Joe Biden e mentre Trump sarà ancora alla Casa Bianca. Il presidente dovrebbe lasciare Washington il 19 gennaio per andare a Mar-a-Lago, in Florida. Il 19 è poi attesa un'ondata di concessioni di grazia parte di Trump, inclusa quella per i figli e forse anche per se stesso.  La speaker della Camera Nancy Pelosi ha annunciato che se il presidente non si dimetterà immediatamente  - cosa che i suoi consiglieri escludono - la Camera procederà con l'impeachment: i capi di imputazione sono già pronti e potrebbero essere presentati lunedì, il voto è atteso per metà della prossima settimana. L'obiettivo dell'impeachment è impedire a Trump di ricandidarsi nel 2024. La speaker della Camera ha parlato anche con il capo dello Stato maggiore congiunto Mark Milley per discutere le precauzioni disponibili "per impedire a un presidente instabile di avviare ostilità militari o di accedere ai codici di lancio e di ordinare un attacco nucleare". La Pelosi ha detto che all'impeachment preferirebbe le dimissioni o il 25° emendamento, ma il vicepresidente Mike Pence (che sembra contrario) finora non si è fatto sentire. Trump comunque rischia anche un'inchiesta federale: "Stiamo esaminando il ruolo di tutti gli attori, non solo di quelli che hanno fatto irruzione a Capitol Hill", ha ammonito il procuratore della capitale Michael Shervin. L'Fbi indaga su possibili piani per colpire congressisti Tra le ipotesi che stanno seguendo gli agenti dell'Fbi che indagano sull'assalto al Congresso, c'è anche quella che tra le migliaia di sostenitori di Trump che hanno invaso Capitol Hill vi potesse essere qualcuno con l'intenzione di uccidere o prendere in ostaggio deputati, senatori o loro assistenti. Repubblicani divisi: "Trump se ne vada" I repubblicani in crisi senza un leader si dividono sempre di più. La senatrice dell'Alaska, Lisa Murkowski, è la prima a rompere ufficialmente le fila, dando voce a quella frustrazione interna al partito dopo gli scontri al Campidoglio. Donald Trump "deve dimettersi. Deve andare immediatamente. Ha già causato abbastanza danni", ha detto aleggiando l'ipotesi di lasciare il partito se non taglierà i suoi legami con il presidente e non volterà pagina. Parole che portano alla ribalta la crisi di identità dei repubblicani e la guerra interna al partito su come gestire l'imprevedibile e isolato Trump negli ultimi giorni di presidenza e oltre. Lo spettro che The Donald possa candidarsi nuovamente nel 2024, se non sarà fermato, gela buona parte del partito, anche coloro che finora sono stati i più stretti alleati del presidente. A partire dal leader dei conservatori in Senato, Mitch McConnell, che dietro le quinte ha dichiarato definitivamente conclusa la sua alleanza con Trump. Lo stesso ha fatto il senatore Lindsey Graham, insultato nelle ultime ore dai sostenitori del presidente, che lo hanno bollato come "traditore" per aver scaricato Trump certificando la vittoria di Joe Biden. La presa di posizione di Murkowski dà voce a tutti questi malumori interni del partito. E rappresenta l'ennesimo schiaffo della senatrice dell'Alaska a Trump: insieme a John McCain votò infatti contro la revoca dell'Obamacare. Successivamente, fu l'unica a schierarsi contro la conferma di Brett Kavanaugh alla Corte Suprema. Il partito comunque non ha completamente girato le spalle a Trump, macchina da soldi per i repubblicani e colui in grado di incassare la cifra record di 75 milioni di voti. Se i conservatori a Washington sono in crisi, la riunione invernale del Republican National Committee è di tutto altro tenore. Trump è lodato, molti vogliono che continui a ricoprire un ruolo nel partito. Fra le due facce repubblicane pro e contro Trump la tensione è alle stelle e la posta in gioco alta: in palio c'è l'anima del partito di Abraham Lincoln.


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