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CORSERA VERBALI PIERO AMARA L'OMBRA DEL DIAVOLO. LA LOGGIA MASSONICA UNGHERIA PARTE DA AGRIGENTO DAL CLAN DEI FRATELLI SUTERA?

Roma 9 maggio 2021 CorSera.it

Avvocato Pietro Amara e la Loggia Massonica denominata Ungheria. Possibile che le deposizioni del professionista siracusano portino direttamente ad una delle più potenti cosche siciliane ?

Nel corso del processo la Nuova Cupola, a carico di alcune famiglie mafiose di Empedocle e dell'Agrigentino, è uscito fuori la notizia che uno dei massimi esponenti dei clan, tal Leo Sutera, che avrebbe deciso di fuggire in Ungheria. Come mai uno dei più potenti boss della Mafia siciliana, programmava di rifugiarsi in Ungheria? Ci sono le basi della criminalità organizzata ?

Una coincidenza o una pista ben più pericolosa che gli inquirenti dovrebbero seguire?

La Loggia Massonica Ungheria è qualcosa di ben diverso da quello che descrive l'ex consultente esterno dell'Eni? La Loggia Massonica Ungheria è una organizzazione criminale con finalità e obiettivi, come quello di condizionare le sentenze dei giudici e inquinare le investigazioni dei agenti di polizia giudiziaria? 

La Loggia Massonica Ungheria, rinata dalle ceneri della P2, ricostruita con le medesima finalità, meno circoscritte, non eversive nei confronti dello Stato, ma comunque con finalità illegali e in violazione dei dettami costituzionali. Fin dove arrivano i suoi tentacoli ed è vero che possono condizionare la vita pubblica e addirittura le sentenza dei giudici?
 

La condanna dell'avvocato Piero Amara per corruzione in atti giudiziari, puntella la sua stessa versione. Qualcuno paga per aggiustare i processi, comprare le sentenze. La Loggia Ungheria esiste, affollata da confratelli di ogni tipo, forse vi partecipano alti prelati, funzionari dello Stato, agenti deviati in organico alle forze dell'ordine, polizia giudiziaria, Guardia di Finanza. Un network esteso, che tutela se stesso e i propri adepti, uniti con lo scopo di proteggersi e colpire nemici o avversari politici e disturbatori dei loro interessi. Piero Amara racconta di qualcosa che esiste, che fa sistema, che condiziona la vita di molti, e che ha finito per inquinare anche quella dell'avvocato. Lui ne parla, per difendersi, forse la stessa vita. Non sono solo, ci sono tanti altri come me, usano lo stesso sistema, contano sulle stesse persone, non sono il primo e non sarò l'ultimo. 

Con il passare dei giorni si delineano i tempi e le azioni del caso dei verbali dell’avvocato Piero Amara, ex legale esterno dell’Eni, al centro di una complicata rete di depistaggi, ricatti e tangenti, già condannato per corruzioni in atti giudiziari. Sul caso della presunta loggia Ungheria, l’Ansa riporta che la Procura di Milano un anno fa, il 9 maggio 2020, aveva iscritto per associazione segreta Amara che nei mesi precedenti aveva parlato ai pm milanesi, Paolo Storari e all’aggiunto Laura Pedio, dell’organizzazione che sarebbe stato in grado di condizionare nomine in magistratura e incarichi pubblici. Nel registro degli indagati anche l’ex collaboratore Alessandro Ferraro e il suo ex socio Giuseppe Calafiore, che come Amara aveva patteggiato una condanna per corruzione in atti giudiziari. Il fascicolo, che sta creando una nuova bufera tra le toghe, è stato trasmesso per competenza alla Procura di Perugia lo scorso dicembre dopo una riunione dopo l’estate con Raffaele Cantone, procuratore a Perugia, ufficio giudiziario competente per i reati commessi o subiti dalle toghe romane. Amara, il cui nome compare anche in altri casi giudiziari, era stato richiesto come testimone da parte dell’accusa nel processo Eni-Nigeria, ma i giudici di Milano il 5 febbraio 2020 avevano respinto la richiesta della procura. Un anno dopo, lo scorso marzo, l’assoluzione di tutti gli imputati aveva creato non poche tensioni tra le toghe milanesi.

Tra fine 2019 e inizio 2020, inoltre, il pm di Milano Paolo Storari avrebbe inviato una decina di email ai vertici dell’ufficio per chiedere di fare iscrizioni nel registro degli indagati e compiere accertamenti sulle dichiarazioni dell’avvocato. Il pm avrebbe comunicato al procuratore Francesco Greco che bisognava fare in fretta e iniziare ad indagare. A suo dire, data l’inerzia decise di consegnare i verbali all’allora consigliere Csm Piercamillo Davigo affinché venisse informato il comitato di presidenza. Non fece una lettera formale di trasmissione per informare il Csm. Né prima di quello si rivolse al procuratore generale di Milano perché avocasse l’inchiesta. Perché? Storari, già titolare di inchieste delicate e pupillo dell’ex aggiunto della Dda Ilda Boccassini, è pronto, quando sarà necessario, a riferire al Csm partendo da documenti scritti, per spiegare la decisione, a suo dire di “autotutela”, di fronte all’inerzia di Greco di consegnare i verbali di Amara, comunque sarebbe stato convinto che sarebbe stato avvisato pure il comitato di presidenza. In serata, fonti del Csm hanno però precisato che il Consiglio “opera soltanto sulla base di atti formali e secondo procedure codificate, essendo qualsiasi suo intervento inibito a fronte di atti non identificabili come la sommaria comunicazione verbale da parte dell’allora consigliere Piercamillo Davigo in merito a indagini della procura di Milano”. E dunque, “in presenza di notizie in sé irricevibili perché estranee ai canali formali e istituzionali, ogni iniziativa del Csm sarebbe stata scorretta e avrebbe potuto amplificare voci non riscontrabili“.

 

Sono otto le condanne (tra i 3 e i 12 anni di carcere) inflitte dai giudici della seconda sezione della Corte d’appello di Palermo nell’ambito dell’inchiesta “Nuova Cupola”,

quella che ha disarticolato, col blitz del 26 gennaio del 2012, il nuovo organigramma mafioso della provincia di Agrigento disegnato dopo la cattura di Giuseppe Falsone e Gerlandino Messina. Un blitz nel quale la Squadra Mobile di Agrigento arrestò 55 persone tra boss e gregari. Arresti operati su tutto il territorio della provincia.

La Corte ha escluso l'aggravante dell'accusa del riciclaggio delle risorse economiche nell'associazione e così le pene, nel complesso, sono state abbassate rispetto al precedente appello. Confermata la condanna a 3 anni per Leo Sutera, 68 anni, di Sambuca di Sicilia, tornato in carcere lo scorso 29 ottobre con una nuova accusa di associazione mafiosa perche’, secondo i pm, avrebbe voluto fuggire in Ungheria proprio nel timore di un aumento di pena. Il processo ha accertato il suo ruolo di capo di Cosa Nostra agrigentina. Undici anni e 10 mesi sono stati inflitti a Francesco Ribisi, 36 anni, di Palma di Montechiaro, ritenuto il numero due di Cosa Nostra. La pena a carico di Giovanni Tarallo, 33 anni, di Santa Elisabetta, considerato il braccio destro di Ribisi, è scesa dai 15 anni e mezzo dell'appello bis ai 12 anni attuali. E ancora: Fabrizio Messina, 43 anni, di Porto Empedocle, fratello dei boss Gerlandino e Salvatore, e’ stato condannato a 4 anni. Luca Cosentino, agrigentino di 42 anni, ritenuto il capo del “gruppo operativo” di Cosa Nostra, e’ stato, oggi, condannato 7 anni e 6 mesi. La precedente sentenza era stata, invece, di 10 anni e 8 mesi. Pietro Capraro, 33 anni, e’ stato condannato a 7 anni e 8 mesi. Giuseppe Infantino, 37 anni, e’ stato condannato a 8 anni, 10 mesi e 10 giorni, tre anni in meno della precedente condanna. Natale Bianchi, 41 anni, e’ stato condannato a 8 anni, 6 mesi e 20 giorni, mentre la precedente sentenza aveva inflitto 9 anni e 10 mesi. Quello terminato ieri è stato il terzo processo d'appello scaturito dall'operazione Nuova Cupola. La Corte di Cassazione lo scorso 27 marzo, aveva disposto un annullamento con rinvio del processo precedente, disponendo così un nuovo procedimento in corte d'appello con 9 imputati alla sbarra. Il nono imputato era Antonino Gagliano, di 46 anni, condannato nel precedente processo a 8 anni di reclusione. La sua posizione è stata stralciata, e verrà giudicato a il 15 aprile prossimo.


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